L’avvento della pandemia ha messo in luce gli effetti dei forti mutamenti sociali e demografici di questi ultimi decenni, aprendo un dibattito sull’attuale sistema organizzativo della Medicina del Territorio che, pur con tutti gli sforzi messi in atto con le sperimentazioni realizzate ad oggi, non riesce a rispondere alle esigenze sempre più complesse di una utenza che vuole sentirsi pars construens del proprio progetto di salute e di vita.
L’attuale modello di assistenza sul territorio, imperniato sul concetto del to cure (curare attraverso prestazioni e servizi) dovrà allargare gli orizzonti interagendo con il sistema sociale per costruire percorsi assistenziali integrati orientati al concetto del to care (prendersi cura) stimolando l’intreccio di visioni diverse.
Per promuovere un nuovo concetto di Salute, che non può essere interpretato come semplice assenza di malattia, sarebbe interessante attivare tutte le risorse presenti sul territorio, costruendo una vera e propria rete di relazioni, spostando l’asse strategico dall’intervento terapeutico a quello preventivo.
La diffusione delle cosiddette patologie del benessere (obesità, malattie cardiovascolari, diabete, tumori etc.) sono in larga parte la conseguenza di stili di vita e modelli di alimentazione poco sani, che portano a sviluppare patologie che tendono con il tempo a cronicizzarsi, in uno scenario che vede sullo sfondo il progressivo invecchiamento della popolazione.
LA CONOSCENZA DEL TERRITORIO: L’INDAGINE SOCIO-ECONOMICA, I DATI FORMALI
Il territorio è un’entità che incorpora insieme istanze fisiche e sociali, aspetti tangibili e intangibili, creando una continua interazione tra gli abitanti e il contesto spaziale. Nel territorio si collocano le relazioni e la storia delle persone che lo abitano. Il territorio è il luogo dell’identità condivisa, dove si intrecciano legami, esperienze, conoscenze.
Per rivisitare il modello attuale della Medicina di prossimità e rispondere alle esigenze di un’utenza sempre più variegata, bisogna comprendere appieno gli aspetti caratterizzanti del territorio (il comprensorio) di riferimento. Il quartiere periferico di una grande città ha caratteristiche morfologiche e strutturali molto diverse da quelle di una città di medie dimensioni che si sviluppa intorno al centro storico, così come un’area geografica a vocazione agricola, punteggiata da piccoli insediamenti, presenta delle peculiarità che la distinguono da un aggregato di paesi che si muovono lungo un asse stradale.
Lo studio del territorio deve partire da un’accurata indagine socioeconomica. Il “Rapporto sul territorio 2020: ambiente, economia e società” dell’ISTAT, offre una lettura multidimensionale della nostra nazione. Lo spazio fisico, le risorse naturali, le pressioni antropiche sull’ambiente, le caratteristiche e le condizioni di vita, l’economia, le reti infrastrutturali etc. sono gli argomenti approfonditi nelle varie sezioni tematiche. Occorre costruire un modello di lettura del territorio, sugli studi scientifici come quello citato, che ogni struttura socio-sanitaria locale dovrebbe utilizzare confrontando i contenuti della ricerca con i dati raccolti sull’area.
IL TESSUTO DELLE RETI RELAZIONALI TRA “FORMALE” ED “INFORMALE”
L’asse portante della medicina di prossimità, orientata al concetto di community care è la costruzione del tessuto connettivo (mappatura) delle reti che si intersecano sul territorio, che includono tutti gli attori: il cittadino, il nucleo familiare, la rete dei servizi sociosanitari, la rete delle relazioni informali. Bisogna attivare tutte le possibili sinergie tra queste entità così apparentemente lontane, improntando le azioni a criteri di reciprocità, cooperazione, partnership, per stimolare una osmosi di idee tra professionalità diverse, tra soggetti anche giuridicamente diversi (pubblico e privato).
L’attuale modello organizzativo su cui è improntata la Medicina del territorio, si fonda su criteri di stampo autoreferenziale e burocratico che permeano tutta la pubblica amministrazione e mette al centro dell’attenzione la erogazione del servizio e delle singole prestazioni. Il modello, che impone una gerarchia dei ruoli entro un rigido schema piramidale, andrebbe ripensato. Bisogna far ricorso a modelli organizzativi reticolari, complessi, che mettano al centro dell’attenzione le esigenze complesse del cittadino, la multidisciplinarietà, la interazione delle competenze, per dar vita ad una forma di assistenza integrata e partecipata improntata all’empowerment.
Bisogna realizzare una vera e propria mappatura delle reti informali che serpeggiano, invisibili, sul territorio, intercettando il prezioso tessuto di relazioni che connettono, a più livelli, i residenti dell’area,
Le reti formali sono rappresentate dalle istituzioni socio-sanitarie locali. Il servizio che viene erogato è improntato ad una lettura della malattia in senso biologico (disease). Nonostante gli sforzi encomiabili che alcune regioni, come il Veneto, hanno messo in atto per caratterizzare e personalizzare i percorsi diagnostici e terapeutici, manca l’humus, il modo in cui viene vissuta dal paziente la malattia (illness), il contesto in cui egli vive (nucleo familiare) e in cui si muove (territorio). Si possono annoverare nelle reti formali anche alcune realtà come le farmacie.
Le reti informali, che hanno un ruolo determinante nella Medicina del Territorio orientata alla community care, si snodano intorno alla rete primaria, rappresentata dal nucleo familiare dell’utente e dei gruppi parentali (nonni, figli, nipoti, cugini, etc.) che gravitano sul territorio.
Per reti informali, definite secondarie per distinguerle dalla rete primaria (famiglia) si intende invece il variegato mondo delle associazioni, attività di volontariato, Terzo settore, che nascono dal desiderio di aggregare persone con interessi/obiettivi comuni per uno scambio di idee e progetti, senza filtri o gerarchie. Molte di queste realtà erogano anche servizi, al di fuori delle reti formali, spinte da uno spirito altruistico, improntato al calore umano, come quello che coinvolge tutto il mondo dei caregiver.
Occorre realizzare un’attenta mappatura delle reti informali, monitorando gli obiettivi, il numero degli iscritti, le attività che vengono messe in atto, insomma una vera e propri carta d’identità.
L’UTILIZZO DELLE RETI PER DIFFONDERE E COMUNICARE UNA NUOVA IDEA DI SALUTE E PREVENZIONE
Per realizzare un’attenta attività di prevenzione e di promozione della salute sul territorio è utile aprirsi ad un sistema pluralistico, a nuove forme di cooperazione, puntando su progetti che tengano conto dei bisogni sempre più differenziati e segmentati dell’utenza, facendo interagire le reti formali, con quelle informali.
L’attività di prevenzione deve muoversi su altri binari rispetto all’attività clinica, che ha una funzione di tipo riparativo-conservativo-riabilitativo. L’aspetto caratterizzante di un progetto improntato alla prevenzione deve essere l’attività relazionale che si deve sviluppare e articolare a più livelli e in varie direzioni. L’obiettivo è sensibilizzare, educare, stimolare alla responsabilizzazione, all’autonomia, promuovendo la necessità di prendersi cura di sé e di riflesso, degli altri.
(ph: Shutterstock)




