Eliminare la malaria: strategie globali oggi

Dai percorsi nazionali alla cooperazione internazionale

22 Aprile 2026 a cura di
malaria, sangue infetto

La malaria continua a rappresentare una delle principali malattie trasmissibili a livello globale, con un impatto concentrato ma non esclusivo nei Paesi a basso e medio reddito. Nonostante decenni di interventi, la combinazione di cambiamenti climatici, mobilità internazionale, resistenze agli insetticidi e fragilità dei sistemi sanitari rende l’eliminazione della malattia un obiettivo complesso, che richiede strategie integrate e un coordinamento internazionale stabile. Allo stesso tempo, l’aumento del numero di Paesi certificati privi di trasmissione indigena dimostra che l’eliminazione è possibile, a condizione di mantenere nel tempo sorveglianza, finanziamenti e volontà politica.

Il peso globale della malaria: numeri aggiornati di casi e decessi

Il carico globale della malaria si distribuisce in modo estremamente diseguale, con la maggior parte dei casi concentrata in un numero limitato di Paesi dove la trasmissione rimane intensa e continua per gran parte dell’anno. Secondo le più recenti analisi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la malattia è ancora endemica in 83 Paesi e territori, nei quali le condizioni ambientali e socioeconomiche favoriscono la circolazione del parassita e dei vettori. In queste aree, la malaria non è solo un problema sanitario, ma anche un fattore che condiziona sviluppo economico, produttività e stabilità sociale, incidendo in modo particolare sulle fasce di popolazione più vulnerabili, come bambini piccoli e donne in gravidanza.

Parallelamente, il quadro globale mostra anche segnali di avanzamento: fino al 2025, l’OMS ha certificato 47 Paesi o territori come liberi da malaria, mentre altri 60 compaiono in un elenco supplementare di contesti in cui la malattia non è mai esistita o è scomparsa senza interventi specifici. Questo significa che, pur restando un problema critico in molte regioni, la malaria non è più una minaccia ovunque e che le strategie di controllo e eliminazione, se adeguatamente finanziate e adattate al contesto, possono produrre risultati duraturi. La coesistenza di aree endemiche e aree malaria-free rende però essenziale una sorveglianza attenta dei casi importati, per evitare reintroduzioni in Paesi che hanno già raggiunto l’eliminazione.

Il peso in termini di decessi rimane elevato, soprattutto nelle regioni con trasmissione intensa, dove l’accesso tardivo o insufficiente alla diagnosi e al trattamento aumenta il rischio di forme gravi. Nelle aree ad alta trasmissione, la malaria tende a colpire ripetutamente la stessa popolazione, con episodi che possono compromettere la crescita dei bambini, la frequenza scolastica e la capacità lavorativa degli adulti. In contesti con sistemi sanitari fragili, la malattia si somma ad altre infezioni e condizioni croniche, contribuendo a un quadro complessivo di vulnerabilità sanitaria. La riduzione dei decessi richiede quindi non solo strumenti specifici contro il parassita e le zanzare, ma anche un rafforzamento strutturale dei servizi di base.

Un elemento spesso sottolineato dagli esperti riguarda la natura ciclica dei progressi: in diversi Paesi, periodi di riduzione dei casi sono stati seguiti da recrudescenze, legate a tagli nei finanziamenti, a crisi politiche o a emergenze concomitanti che hanno distolto risorse dalla lotta alla malaria. Questo andamento a ondate dimostra che l’eliminazione non può essere considerata un risultato definitivo senza un impegno di lungo periodo nella prevenzione e nella sorveglianza. In prospettiva globale, la sfida consiste nel trasformare i successi locali in un percorso condiviso, capace di ridurre progressivamente il numero di Paesi endemici e di prevenire nuove espansioni della malattia in aree finora poco colpite.

Che cosa significa essere certificati “malaria free” dall’OMS

La certificazione di un Paese come malaria-free da parte dell’OMS non è un riconoscimento simbolico, ma il risultato di un processo tecnico rigoroso. Per ottenere questo status, un Paese deve dimostrare di aver registrato zero casi indigeni di malaria per almeno tre anni consecutivi, documentando in modo dettagliato i propri sistemi di sorveglianza, diagnosi e risposta ai casi sospetti. Il criterio dei tre anni serve a garantire che l’interruzione della trasmissione non sia dovuta a fluttuazioni temporanee, ma rifletta un cambiamento strutturale nella dinamica della malattia e nella capacità del sistema sanitario di intercettare e gestire eventuali focolai.

Oltre al requisito numerico, la procedura di certificazione valuta la solidità delle misure di controllo vettoriale, la disponibilità di test diagnostici affidabili e la capacità di distinguere tra casi importati e casi autoctoni. In pratica, un Paese deve dimostrare di poter identificare rapidamente un caso di malaria in una persona che rientra da un’area endemica e di poter intervenire per evitare che il parassita si diffonda attraverso le zanzare locali. Questo implica una rete di laboratori funzionante, personale formato e sistemi informativi in grado di tracciare i casi in tempo quasi reale, elementi che spesso rappresentano una sfida per i sistemi sanitari con risorse limitate.

Essere certificati malaria-free non significa però che il rischio scompaia del tutto. La mobilità internazionale, il turismo e le migrazioni possono reintrodurre il parassita in aree dove le zanzare vettori sono ancora presenti, anche se in numero ridotto. Per questo motivo, l’OMS ha pubblicato linee guida specifiche per aiutare i Paesi a mantenere lo status malaria-free nel tempo, sottolineando l’importanza di una sorveglianza continua, di piani di risposta rapida e di campagne informative rivolte ai viaggiatori e agli operatori sanitari. La fase post-certificazione è quindi cruciale quanto il percorso che porta all’eliminazione, perché un calo di attenzione può tradursi in una ripresa della trasmissione.

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La distinzione tra Paesi certificati malaria-free, Paesi dove la malattia non è mai esistita o è scomparsa spontaneamente e Paesi ancora endemici evidenzia anche le profonde differenze strutturali tra i sistemi sanitari e i contesti socioeconomici. Nei primi due gruppi, la combinazione di condizioni climatiche meno favorevoli alla trasmissione, infrastrutture sanitarie più robuste e maggiore capacità di investimento in prevenzione ha reso possibile l’assenza di casi indigeni. Nei Paesi endemici, invece, la persistenza di fattori ambientali favorevoli e di limiti nell’accesso ai servizi sanitari rende molto più complesso raggiungere e mantenere gli standard richiesti per la certificazione.

Esempi di successo: Capo Verde, Azerbaigian, Tagikistan e altri Paesi

Gli esempi di Paesi che hanno raggiunto l’eliminazione della malaria offrono indicazioni concrete su quali strategie possano funzionare in contesti diversi. Capo Verde, Azerbaigian, Tagikistan e altri Stati recentemente certificati malaria-free hanno in comune un approccio integrato che combina interventi tecnici, governance e partecipazione delle comunità. In molti casi, la riduzione dei casi è stata preceduta da una mappatura dettagliata delle aree a maggiore rischio, con interventi mirati di controllo delle zanzare, distribuzione di zanzariere e miglioramento dell’accesso alla diagnosi rapida. Questi Paesi hanno spesso beneficiato di supporto tecnico e finanziario internazionale, ma il fattore decisivo è stato l’adattamento delle strategie alle specificità locali.

Un caso particolarmente citato è quello di Timor Est, che nel 2006 riportava circa 200.000 casi di malaria all’anno e che è stato certificato malaria-free nel 2024. In meno di due decenni, il Paese ha implementato una combinazione di zanzariere trattate con insetticidi, trattamento preventivo in gruppi ad alto rischio, controllo integrato dei vettori e sistemi di sorveglianza elettronica in grado di tracciare i casi in modo capillare. Questo percorso dimostra come la leadership politica, la continuità dei finanziamenti e l’uso di tecnologie digitali per la raccolta dei dati possano accelerare il cammino verso l’eliminazione, anche in contesti con risorse inizialmente limitate.

Capo Verde rappresenta un altro esempio di come un arcipelago con flussi turistici significativi possa ridurre progressivamente la trasmissione, puntando su interventi mirati nelle isole più colpite e su una forte attenzione ai casi importati. Azerbaigian e Tagikistan, invece, mostrano come la stabilizzazione politica e il rafforzamento delle infrastrutture sanitarie dopo periodi di conflitto o transizione possano creare le condizioni per consolidare i risultati nella lotta alla malaria. In tutti questi casi, la collaborazione tra ministeri della salute, autorità locali e partner internazionali ha permesso di mantenere alta la priorità politica del tema, evitando che la malaria venisse oscurata da altre emergenze sanitarie.

Questi percorsi di successo evidenziano anche l’importanza di coinvolgere le comunità nella prevenzione, attraverso campagne di informazione su uso corretto delle zanzariere, riconoscimento precoce dei sintomi e necessità di rivolgersi tempestivamente ai servizi sanitari. Senza l’adesione della popolazione, infatti, anche i migliori strumenti tecnici rischiano di avere un impatto limitato. La lezione che emerge da Capo Verde, Azerbaigian, Tagikistan, Timor Est e altri Paesi è che l’eliminazione della malaria non è il risultato di una singola misura, ma di un mosaico di interventi coordinati, sostenuti nel tempo e adattati alle trasformazioni sociali, economiche e climatiche.

Perché l’Africa subsahariana resta l’epicentro della malattia

L’Africa subsahariana continua a concentrare la maggior parte dei casi e dei decessi per malaria a livello globale, per una combinazione di fattori biologici, climatici e strutturali. In molte aree della regione, la densità delle zanzare vettori è particolarmente elevata e le specie presenti sono altamente efficienti nel trasmettere il parassita. Le condizioni ambientali, con temperature e umidità favorevoli per gran parte dell’anno, permettono cicli di trasmissione quasi continui, riducendo le pause stagionali che in altri contesti contribuiscono a interrompere la catena del contagio. Questo significa che le persone, in particolare i bambini, possono essere esposte a punture infette molte volte nel corso della vita, con un rischio cumulativo significativo.

A questi elementi si aggiungono le difficoltà di accesso alla prevenzione, alla diagnosi e alle cure in numerosi Paesi dell’Africa subsahariana. In molte zone rurali, le strutture sanitarie sono distanti, poco attrezzate o carenti di personale formato, e ciò comporta ritardi nel riconoscimento e nel trattamento dei casi. La disponibilità di zanzariere trattate con insetticidi, test diagnostici e farmaci efficaci può essere irregolare, soprattutto nelle comunità più remote o in contesti segnati da conflitti e instabilità politica. In queste condizioni, anche interventi ben progettati rischiano di non raggiungere in modo uniforme tutta la popolazione, lasciando sacche di trasmissione attiva difficili da controllare.

Un ulteriore elemento critico riguarda la pressione esercitata da altre emergenze sanitarie e sociali, che competono per le stesse risorse economiche e umane. Epidemie di altre malattie infettive, crisi alimentari, spostamenti forzati di popolazione e cambiamenti climatici estremi possono indebolire ulteriormente sistemi sanitari già fragili, riducendo la capacità di mantenere programmi di controllo della malaria su larga scala. In alcuni Paesi, la dipendenza da finanziamenti esterni rende inoltre i programmi vulnerabili a oscillazioni nei contributi internazionali, con il rischio di interruzioni nelle campagne di distribuzione di zanzariere o nei servizi di diagnosi e trattamento.

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Nonostante queste difficoltà, in diversi Paesi dell’Africa subsahariana si osservano progressi significativi, con riduzioni dei casi e dei decessi grazie a strategie mirate e a un maggiore coinvolgimento delle comunità. Tuttavia, la combinazione di alta trasmissione, vulnerabilità socioeconomica e cambiamenti climatici in atto fa sì che la regione resti l’epicentro della malaria a livello mondiale. In prospettiva, la possibilità di ridurre in modo sostanziale il carico della malattia in Africa dipenderà dalla capacità di rafforzare i sistemi sanitari, garantire continuità ai finanziamenti e integrare la lotta alla malaria con altre priorità di salute pubblica, evitando approcci frammentati.

Vaccini, zanzariere, farmaci e sistemi sanitari: cosa fa davvero la differenza

La lotta alla malaria si basa su un insieme di strumenti che agiscono su diversi anelli della catena di trasmissione: il parassita, la zanzara vettore e l’essere umano. Le zanzariere trattate con insetticidi restano uno degli interventi più efficaci e a costo relativamente contenuto per ridurre il contatto tra persone e zanzare, soprattutto nelle ore notturne in cui i vettori sono più attivi. L’uso diffuso di zanzariere ha contribuito in modo documentato alla riduzione dei casi in molte regioni, ma la loro efficacia dipende dalla copertura, dallo stato di manutenzione e dall’aderenza all’utilizzo da parte delle famiglie. Inoltre, la comparsa di resistenze agli insetticidi in alcune popolazioni di zanzare pone la necessità di aggiornare periodicamente le formulazioni e le strategie di controllo vettoriale.

Accanto alle zanzariere, i farmaci antimalarici svolgono un ruolo centrale sia nel trattamento dei casi sia nella prevenzione in gruppi specifici, come donne in gravidanza e bambini in aree ad alta trasmissione. L’accesso tempestivo a terapie efficaci riduce il rischio di forme gravi e di decesso, ma richiede la disponibilità di test diagnostici affidabili per distinguere la malaria da altre febbri comuni. La comparsa di resistenze del parassita ad alcuni principi attivi rappresenta una sfida costante, che impone un monitoraggio continuo e l’aggiornamento dei protocolli terapeutici a livello nazionale e regionale. In questo contesto, la ricerca di nuove molecole e combinazioni farmacologiche rimane una priorità per mantenere un vantaggio rispetto all’evoluzione del parassita.

Negli ultimi anni, l’introduzione di vaccini contro la malaria ha aperto una nuova fase, offrendo uno strumento aggiuntivo soprattutto per la protezione dei bambini nelle aree a più alta trasmissione. I vaccini attualmente raccomandati non eliminano da soli il rischio di infezione, ma possono ridurre in modo significativo il numero di episodi clinici e di forme gravi, se integrati con le altre misure di prevenzione. La loro efficacia dipende però dalla capacità dei sistemi sanitari di organizzare campagne di immunizzazione su larga scala, garantire le dosi di richiamo e raggiungere le comunità più difficili da servire. In assenza di una copertura vaccinale ampia e regolare, l’impatto complessivo sulla trasmissione resta limitato.

Al di là dei singoli strumenti, ciò che fa davvero la differenza è la forza complessiva dei sistemi sanitari. Paesi con reti di assistenza primaria capillari, personale formato, laboratori funzionanti e sistemi informativi efficienti riescono a combinare in modo più efficace zanzariere, farmaci, vaccini e controllo vettoriale, adattando gli interventi alle variazioni stagionali e alle specificità locali. Al contrario, in contesti dove i servizi di base sono fragili, anche la disponibilità di strumenti efficaci rischia di non tradursi in una riduzione sostanziale dei casi. Per questo, molte strategie internazionali sottolineano la necessità di integrare la lotta alla malaria con programmi più ampi di rafforzamento dei sistemi sanitari, evitando approcci verticali che si concentrano su una sola malattia senza considerare il quadro complessivo della salute pubblica.

Finanziamenti internazionali e sfide politiche nella lotta alla malaria

La disponibilità di finanziamenti internazionali ha rappresentato negli ultimi due decenni uno dei motori principali dei progressi nella lotta alla malaria, consentendo a molti Paesi a basso reddito di implementare programmi di distribuzione di zanzariere, diagnosi rapida e trattamento gratuito o a basso costo. Fondi multilaterali, iniziative bilaterali e contributi di fondazioni private hanno sostenuto campagne su larga scala che difficilmente sarebbero state possibili con le sole risorse nazionali. Tuttavia, questa dipendenza da risorse esterne rende i programmi vulnerabili a cambiamenti nelle priorità politiche dei donatori, a crisi economiche globali e a nuove emergenze sanitarie che possono spostare l’attenzione e i fondi verso altre aree.

Le sfide politiche non riguardano solo il livello internazionale, ma anche la governance interna dei Paesi endemici. La capacità di assorbire e utilizzare in modo efficace i finanziamenti dipende da sistemi amministrativi trasparenti, da una pianificazione strategica coerente e da meccanismi di monitoraggio che permettano di valutare l’impatto degli interventi. In assenza di questi elementi, esiste il rischio che le risorse non raggiungano le comunità più bisognose o che si disperdano in iniziative frammentate. Inoltre, la stabilità politica e la sicurezza interna influenzano direttamente la possibilità di operare in aree remote o colpite da conflitti, dove spesso la malaria è più diffusa e i servizi sanitari sono più deboli.

Un altro nodo cruciale riguarda la sostenibilità nel lungo periodo. Anche quando i finanziamenti internazionali sono consistenti, la prospettiva di eliminare la malaria richiede piani che vadano oltre i cicli di progetto di pochi anni. Ciò implica un progressivo aumento del contributo nazionale, sia in termini di budget sanitario sia di risorse umane, per evitare che i risultati ottenuti vengano persi una volta conclusi i programmi finanziati dall’esterno. Alcuni Paesi che si avvicinano all’eliminazione si trovano di fronte alla scelta se mantenere o ridurre gli investimenti, con il rischio di un effetto rimbalzo se la sorveglianza e la prevenzione vengono indebolite troppo presto.

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Infine, la lotta alla malaria si intreccia con altre agende politiche globali, come l’adattamento ai cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare e la gestione delle migrazioni. Le decisioni in questi ambiti possono avere effetti indiretti ma significativi sulla trasmissione della malattia, ad esempio modificando l’uso del suolo, favorendo la creazione di nuovi habitat per le zanzare o spostando popolazioni da aree a bassa trasmissione verso regioni più a rischio. Per questo, molti esperti sottolineano la necessità di un approccio intersettoriale, in cui la salute pubblica sia considerata in tutte le politiche, e non solo all’interno dei ministeri della salute.

Qual è il ruolo dell’Europa e dell’Italia nella cooperazione contro la malaria

L’Europa, pur essendo in gran parte libera dalla trasmissione indigena di malaria, mantiene un ruolo rilevante nella cooperazione internazionale attraverso finanziamenti, supporto tecnico e ricerca. Molti Paesi europei contribuiscono ai principali fondi multilaterali dedicati alle malattie infettive, sostenendo programmi di prevenzione e cura in Africa, Asia e America Latina. Inoltre, istituzioni accademiche e centri di ricerca europei partecipano allo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici, vaccini e strategie di controllo vettoriale, collaborando con partner dei Paesi endemici per adattare le innovazioni alle esigenze locali. In questo quadro, l’Europa non è solo donatore, ma anche attore scientifico e politico nella definizione delle priorità globali.

L’Italia, in particolare, partecipa a iniziative di cooperazione sanitaria che includono la malaria tra le aree di intervento, sia attraverso contributi a programmi multilaterali sia tramite progetti bilaterali in Paesi prioritari. La tradizione di collaborazione tra istituti di ricerca italiani e partner africani e asiatici ha favorito lo sviluppo di studi epidemiologici, valutazioni di efficacia degli interventi e formazione di personale sanitario locale. Inoltre, la presenza di casi importati di malaria sul territorio nazionale, legati soprattutto a viaggi e migrazioni, mantiene alta l’attenzione sulla necessità di sistemi di sorveglianza in grado di riconoscere rapidamente la malattia e di garantire un trattamento adeguato, prevenendo eventuali reintroduzioni in aree dove le zanzare vettori sono presenti.

Il ruolo europeo e italiano si esprime anche nella promozione di un approccio basato sui diritti alla salute, che considera l’accesso alla prevenzione e alle cure per la malaria come parte integrante degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Ciò implica un impegno non solo finanziario, ma anche politico, per sostenere il rafforzamento dei sistemi sanitari nei Paesi partner, la formazione di operatori locali e la partecipazione delle comunità alle decisioni che riguardano la loro salute. In questo senso, la cooperazione non si limita al trasferimento di risorse, ma punta a costruire capacità durature, in grado di affrontare la malaria insieme ad altre sfide sanitarie.

In prospettiva, la partecipazione dell’Europa e dell’Italia alla lotta contro la malaria potrebbe assumere un ruolo ancora più strategico alla luce dei cambiamenti climatici e della possibile espansione delle aree idonee alla trasmissione. Investire oggi in programmi di eliminazione e controllo nei Paesi endemici significa anche ridurre il rischio di future minacce per la salute globale, in un contesto in cui le malattie trasmesse da vettori tendono a seguire le trasformazioni ambientali e i flussi di mobilità umana. La cooperazione internazionale, se orientata alla sostenibilità e al rafforzamento dei sistemi sanitari, rappresenta quindi uno degli strumenti chiave per avvicinare l’obiettivo di un mondo senza malaria.

Il percorso verso l’eliminazione della malaria mostra un quadro complesso, fatto di successi locali, ostacoli strutturali e sfide emergenti legate al clima, alle resistenze biologiche e alla stabilità dei finanziamenti. L’esperienza dei Paesi certificati malaria-free dimostra che la combinazione di strumenti tecnici efficaci, sistemi sanitari solidi e volontà politica può interrompere la trasmissione, ma evidenzia anche quanto sia fragile questo risultato senza una sorveglianza costante. In un contesto globale segnato da forti disuguaglianze, la capacità di ridurre il peso della malaria dipenderà dalla continuità della cooperazione internazionale e dall’integrazione delle strategie di controllo con politiche più ampie di sviluppo e adattamento ai cambiamenti climatici.

 

Questo articolo è informativo e non sostituisce il parere del medico.

 

Approfondimenti

Organizzazione Mondiale della Sanità offre una panoramica aggiornata sui Paesi certificati malaria-free e sulle raccomandazioni per mantenere nel tempo l’assenza di trasmissione indigena.

Organizzazione Mondiale della Sanità presenta l’elenco ufficiale dei Paesi e territori malaria-free, con informazioni sui criteri di certificazione e sui percorsi di eliminazione.

Organizzazione Mondiale della Sanità propone una sezione di domande e risposte sulla malaria, utile per approfondire aspetti epidemiologici, clinici e di prevenzione.

Analisi basata su dati e documenti internazionali; non sostituisce linee guida ufficiali né documenti di policy delle istituzioni competenti.