In occasione del World Obesity Day, che ricorre il 4 marzo, abbiamo avvicinato il Presidente SICOB (Società Italiana Chirurgia dell’Obesità e delle Malattie Metaboliche), prof. Diego Foschi, per approfondire diversi aspetti riguardanti questa patologia che affligge circa 6 milioni di italiani, e 1 milione in maniera grave.
Professor Foschi, da dove la necessità di istituire una Giornata mondiale dedicata all’obesità?
L’obesità è l’ultima epidemia dello scorso millennio, ma anche la prima di questo. Purtroppo si tratta di una malattia dimenticata, che ha ricevuto molta poca attenzione. In realtà è una malattia che genera altre malattie, complicanze, infelicita in qualche modo la vita. Sconfiggerla dovrebbe essere un obiettivo, perché significherebbe sconfiggere ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari… Questo è il motivo per cui di fronte a una malattia dimenticata si è avvertita la necessità, a livello mondiale, di istituire una giornata dedicata.
Perché la definisce una malattia dimenticata?
Perché la sottovalutiamo. Per parlare di accumulo patologico diverso non dobbiamo necessariamente guardare al peso. Bisogna considerare anche l’altezza, il peso, il rapporto tra l’altezza e il peso che prende il nome di indice di massa corporea. Questo non lo calcola nessuno. Tutti sappiamo infatti più o meno quanto pesiamo, ma poi non siamo in grado di tracciare il nostro indice di massa corporea se non attraverso degli indici che si possono trovare facilmente su Internet.
In che modo si possono combattere quindi obesità ed eventuali patologie correlate?
Rispondo con una domanda: meglio curarsi di ipertensione o diabete oppure è meglio evitare che queste compaiano? Prevenire l’obesità e le sue complicanze evita di lottare contro queste patologie. Ecco perché in alcuni casi è consigliata la chirurgia, che è l’unica forma di terapia che garantisce realmente successo.
La pandemia che tipo di ricaduta ha avuto sui pazienti obesi?
Un impatto devastante. Si tratta infatti di persone, nella stragrande maggioranza dei casi, già sole. Quindi, da questo punto di vista, sono già abbandonate. Nel Covid peggio che mai con le restrizioni sociali. Il Covid oltretutto colpisce maggiormente gli obesi e più gravemente gli obesi. Quindi, ha certamente richiamato l’attenzione sull’obesità.
Riferendosi a chi soffre di obesità parla di persone sole. Ma questo anche per uno stigma vero e proprio?
Sì, si tratta di un pregiudizio che ci portiamo dentro. Raramente, una persona che vive un eccesso di peso è bella. Si tratta comunque di una persona “differente”. Gli obesi in Italia sono 6 milioni, quelli gravi 1 milione. E queste persone facilmente le distingui. Il “diverso” purtroppo viene catalogato. E a risultare drammatiche sono proprio le categorie. Lo stigma verso l’obeso è un pregiudizio, nel caso prettamente italiano anche culturale.
È necessario o comunque rilevante un approccio terapeutico multidisciplinare?
Assolutamente sì. Dove questo pregiudizio è operativo anche nel percorso di cura, la persona riesce più difficilmente a risolvere i problemi. Noi dipendiamo, nel risultato, da una serie di fattori che sono di ordine nutrizionistico, endocrinologico, genetico, psicologico. A un certo punto abbiamo bisogno di tantissimi apporti per poter risolvere i singoli problemi soprattutto quando sono presenti in modo molto marcato. Ecco perché l’approccio deve essere multidisciplinare. Ne casi estremi, il percorso porta verso la chirurgia.
È però, quello della chirurgia, uno step ultimo e comunque molto temuto. Perché?
A tal proposito va sfatato il mito della pericolosità dell’intervento chirurgico. Oggi l’intervento chirurgico eseguito da personale esperto, ha un rischio comparabile ad interventi minori. La SICOB si è fatta carico di stabilire le regole alle quali i centri devono attenersi, certificando quelli che le seguono correttamente e che hanno dato risultati ottimali.
Le persone affette da obesità, trattandosi di soggetti soprattutto soli, sono stimolate nel rivolgersi a uno specialista o comunque a curarsi?
Importante è anzitutto stabilire in che fascia di rischio il soggetto si trova. Se si è in una fascia di rischio bassa, come quella del sovrappeso un soggetto giovane, rivolgendosi al dietologo, può ottenere ottimi risultati. Se si scivola oltre il 30 o 35 di indice di massa corporea allora bisogna fare delle verifiche. Chi si trova sopra 35 o40 faccia un giro in farmacia e si misuri la pressione. La metà di queste persone sono ipertese e non sanno di esserlo. È evidente che se si riscontra un fattore di rischio elevato, bisogna rivolgersi a un medico. Se c’è un fattore di rischio metabolico evidentemente scatta la necessità della cura. In quest’ultimo caso, la motivazione credo venga anche dall’interno. Se uno sta bene, ovviamente la guardia si abbassa e viene meno.
Vi sono delle fasce d’età maggiormente interessate dall’obesità?
Le fasce d’età più colpite sono quelle più sedentarie, ed è ovvio che sia così. Al contempo, le fasce che più si giovano di un recupero di un giusto rapporto ponderale sono quelle più giovani perché hanno una vita davanti di consumo metabolico corretto, quindi il massimo vantaggio possibile. Le nostre linee guida infatti impongono un limite di età. La chirurgia è consentita sino a 65 anni, non oltre.
E chi avesse necessità può rivolgersi quindi ai vostri centri…
Dare assistenza è lo scopo principale di SICOB, che è presente in tutte le regioni d’Italia. Basta andare sul nostro sito per trovare il centro più vicino per un approccio chirurgico, ma non solo. Anche generale, come anticipato.




