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Focus Veneto

West Nile: in intensiva Padova più ricoveri che per Covid

Mai vista neuroinvasività con numeri così elevati

24 Agosto 2022

«Oggi abbiamo 10 ricoverati in reparto a Padova. Questo tipo di neuroinvasività non l’avevamo mai visto con questi numeri. All’inizio, quando i pazienti hanno cominciato ad essere 2, 3, poi 4, siamo rimasti sorpresi. Sta un po’ prendendo il posto del Covid. Il rapporto, come spiegato dal nostro direttore generale, oggi è 10 ricoverati per West Nile e 2 per Covid in terapia intensiva». A raccontarlo all’Adnkronos Salute è Marina Munari, responsabile della Neuroanestesia e Neurorianimazione dell’Azienda ospedale università di Padova.

 

Il Veneto e in particolare il Polesine sono una zona a rischio per il West Nile ma, «pur essendo un’infezione che c’è da molto tempo, con questa espressività soprattutto a livello neurologico non l’avevamo mai conosciuta. Ecco perché ci ha colto di sorpresa. I pazienti più gravi, avendo questo coinvolgimento del sistema nervoso  ̶  spiega  ̶  devono avere l’accesso in terapia intensiva e rimangono ricoverati per settimane. C’è anche un impatto sul sistema sanitario ovviamente, in termini di minor ricambio e conseguente minor disponibilità di letti. Nelle altre stagioni in terapia intensiva l’impatto di West Nile era stato praticamente zero qui. Come è noto, l’80% delle persone che si infettano sono asintomatiche, il 20% sviluppa una sindrome influenzale e un 1-2% ha un’espressività a livello neurologico un po’ più aggressiva ed è quello che registriamo quest’anno».

 

«Probabilmente questi casi sono sempre l’1-2%  ̶  ragiona Munari  ̶ . Ma quest’anno potrebbero esserci molte più persone che hanno avuto l’infezione e le forme neuroinvasive si vedono di più. Non possiamo saperlo, essendo gli infetti in gran parte asintomatici. Ma credo che questa possa essere una spiegazione. Oppure una mutazione del virus che lo rende più aggressivo per quanto riguarda il sistema nervoso, ma se il virus sia mutato è una risposta che potranno dare i microbiologi. L’ospedale di Padova sta facendo analisi di questo tipo. Stiamo cercando di valutare questi pazienti su più fronti, con indagini da un punto di vista neuroradiologico e bioumorale per cercare di capire al meglio quello che è possibile fare anche da un punto di vista terapeutico, perché non ci sono in questo momento vaccini o altre terapie specifiche che possono mettere al riparo questo tipo di pazienti».

«Ora  ̶  dice Munari  ̶  speriamo che il caldo se ne vada e che le infezioni si riducano di conseguenza. Gli ultimi pazienti sono stati ricoverati nel weekend ed è presto per capire cosa succederà. Credo che bisognerà aspettare una quindicina di giorni per vedere se questa situazione stia andando verso un miglioramento e se nel giro di poco il West Nile ci lascerà come succede ogni anno. Noi abbiamo avuto il primo paziente a metà luglio e poi abbiamo visto un’accelerazione in particolare nei primi dieci giorni di agosto. Adesso la situazione sembra essersi stabilizzata però è difficile dirlo, perché in mezzo c’è stata un po’ di riduzione del caldo. Se ricominciano le alte temperature bisognerà capire cosa succede».

«Il messaggio che lanciamo oggi  ̶  conclude  ̶  è che il West Nile quest’anno ha un’incidenza maggiore degli altri anni. Non dobbiamo fare terrorismo a livello della popolazione perché i casi più gravi con sintomi neuroinvasivi sono l’1-2% di tutta la popolazione che può essere infettata. Ci sono dei mezzi di prevenzione: quelli collettivi, quelli messi in atto dal Comune per disinfestazioni e altro. E ci sono tutta una serie di misure individuali: l’uso di repellenti, stare attenti a come ci si veste soprattutto nelle ore serali e notturne e atteggiamenti di tipo prudenziale come svuotare sottovasi, piante e ristagni d’acqua. È chiaro poi che il paziente fragile è più a rischio».

 

(ph: Shutterstock)

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