Ambiente

Un mega oleodotto minaccia gli abitanti e gli animali dell’Uganda

22 Aprile 2021

ROMA – Un progetto rispetto al quale il governo “non fornisce alcuna informazione precisa”, che rischia di costringere circa “200.000 famiglie” a lasciare le proprie case e che minaccia una zona dell’Uganda dove “si concentra il 70 per cento delle aree protette di tutto il Paese”. Secondo Benedict Ntale, dirigente della Association of Uganda Tour Operators, è questa l’essenza dell’East African Crude Oil Pipe Line (Eacop).

L’oleodotto, dal valore stimato di 3,5 miliardi di dollari, dovrebbe trasportare circa 216.000 barili di petrolio al giorno lungo gli oltre 1.400 chilometri che dividono i giacimenti dell’Uganda occidentale dal porto internazionale di Tanga, sulla costa dell’Oceano indiano della Tanzania. Una volta terminato, l’Eacop sarà il più lungo oleodotto riscaldato elettricamente del mondo. I governi dei due Paesi coinvolti hanno firmato i primi accordi per far partire il progetto la settimana scorsa a Kampala, alla presenza del capo di Stato ugandese Yoweri Museveni e della sua omologa tanzaniana, Samia Suluhu Hassan. Alle firme delle due aziende petrolifere di Stato si sono aggiunte quelle della multinazionale francese Total, che possiede oltre il 70 per cento del progetto, e della cinese Cnooc.

La “prima pietra” della costruzione dell’Eacop è stata accolta con soddisfazione dai due governi ma anche dalle critiche di movimenti sociali e ambientalisti. “L’oleodotto dovrebbe partire dal distretto di Homia – spiega Ntale – in una zona nell’ovest dell’Uganda dove si trova il 70 per cento dei parchi nazionali e delle riserve faunistiche del Paese”. Il dirigente è esponente dell’Association for the Conservation of Bugoma Forest, una delle aree naturali che sarebbero danneggiate dal progetto, insieme a quattro dei parchi nazionali del Paese, come quello del monte Ruwenzori, al confine con la Repubblica democratica del Congo, e quello del Lago Edoardo, uno dei due grandi specchi d’acqua del continente a essere interessato dall’Eacop insieme al Lago Alberto.

Secondo Ntale, l’areale interessato “rischia di ampliarsi molto, visto che oltre all’oleodotto centrale saranno necessari oleodotti più piccoli che andranno ad alimentarlo”. Il dirigente, impegnato nella promozione del turismo nella regione, dice che l’Eacop rischia di avere una serie di effetti a catena negativi. “Noi non sosteniamo solo la conoscenza della natura – evidenzia Ntale – ma anche quella dello stile di vita delle comunità che abitano in queste zone”. Secondo il dirigente, “le famiglie a rischio di essere trasferite in altri luoghi a causa dei lavori per l’oleodotto sono circa 200.000, mentre molte persone della zona si sentono sempre più messe alle strette, e per cercare di guadagnare di più hanno iniziato anche a praticare il bracconaggio all’interno della aree protette”.

Non solo. “La sensibilità ambientale sta crescendo in tutto il mondo e questo significa che anche per turismo si scelgono località non inquinate, sostenibili” sottolinea Ntale. “L’Eacop e più in generale l’industria dell’oil and gas’ causano una serie di processi che vanno invece nella direzione opposta”. A preoccupare sarebbe anche la mancanza di informazioni precise sul progetto. “Non ci fanno sapere nulla – denuncia Ntale – ma intanto ci dicono che la costruzione dell’oleodotto porterà la creazione di migliaia di posti di lavoro o che addirittura verrà riscaldato grazie alla sola energia solare”. Informazioni fuorvianti, secondo il dirigente, diffuse dai governi solo “con l’obiettivo di farci accettare questo progetto”.

Anche rispetto alla data di fine lavori, prevista per il 2025, di certezze ce ne sarebbero poche. “Non tutti i contratti necessari sono stati firmati e ancora non si è capito da dove verranno presi i 3,5 miliardi necessari” denuncia Ntale. Convinto che a giocare un ruolo importante sia anche la mobilitazione popolare: “Cresce ovunque, anche perchè è a rischio anche il bacino del Nilo, un’area di interesse straordinario per il mondo intero”.

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