Quali sono i primi segnali di autismo nei bambini piccoli?

Segnali precoci, osservazione dello sviluppo e percorso di valutazione

1 Aprile 2026 a cura di
Primi segnali di autismo nei bambini: cosa osservare davvero

Riconoscere i primi segnali di autismo nei bambini piccoli rappresenta un tema delicato, che tocca da vicino molte famiglie e solleva spesso dubbi e paure. Le conoscenze scientifiche più recenti indicano che alcune caratteristiche del disturbo dello spettro autistico possono emergere già nel primo anno di vita e diventare più evidenti tra i 2 e i 3 anni, soprattutto in ambito sociale e comunicativo. Osservare lo sviluppo del bambino non significa cercare una diagnosi fai-da-te, ma comprendere meglio quali comportamenti rientrano nella grande variabilità dello sviluppo tipico e quali, invece, possono suggerire l’opportunità di un confronto con il pediatra. In questa prospettiva, l’attenzione ai segnali precoci non ha lo scopo di etichettare, ma di favorire un eventuale intervento tempestivo, che la letteratura internazionale associa a esiti di sviluppo più favorevoli sul piano della comunicazione, dell’autonomia e della partecipazione alla vita quotidiana.

Autismo e sviluppo: perché guardare ai primi 2-3 anni di vita

I primi anni di vita rappresentano una fase di straordinaria plasticità del cervello, in cui le connessioni tra le cellule nervose si formano e si riorganizzano con grande rapidità. In questo periodo, lo sviluppo del bambino segue tappe che, pur con ampie differenze individuali, tendono a presentare alcune regolarità: il sorriso sociale, lo sguardo condiviso, i primi gesti per comunicare, le prime parole. Le principali organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sottolineano che le caratteristiche dell’autismo possono essere riconosciute spesso entro i 2-3 anni, soprattutto osservando come il bambino interagisce con gli altri, gioca e reagisce agli stimoli dell’ambiente. Non si tratta di un singolo segnale isolato, ma di un insieme di comportamenti che, se persistenti e marcati, possono suggerire un diverso modo di elaborare le informazioni sociali e sensoriali.

Guardare con attenzione ai primi 24 mesi di vita non significa trasformare ogni piccola differenza in un motivo di allarme, ma prendere atto che proprio in questa finestra temporale è possibile cogliere i primi indizi di un disturbo del neurosviluppo. Documenti formativi rivolti ai pediatri, come quelli dell’Istituto Superiore di Sanità, evidenziano che la popolazione a rischio di disturbo dello spettro autistico può essere individuata già nei primi due anni, attraverso semplici osservazioni sul comportamento sociale e comunicativo. In pratica, viene posta attenzione a come il bambino cerca il contatto con l’adulto, se utilizza lo sguardo per condividere interessi, se mostra curiosità verso gli altri bambini o se tende a rimanere chiuso in attività ripetitive. Questi elementi, presi nel loro insieme, aiutano a decidere se proporre uno screening di primo livello, che non è una diagnosi, ma un approfondimento preliminare.

Un altro aspetto centrale riguarda la distinzione tra variabilità individuale e segnali di possibile atipicità. Alcuni bambini iniziano a parlare più tardi, altri sono più timidi o meno espansivi, altri ancora preferiscono giocare da soli per periodi più lunghi: tutte situazioni che, da sole, non indicano necessariamente un problema. Nel caso dell’autismo, però, la letteratura descrive un pattern più ampio, che coinvolge contemporaneamente la comunicazione sociale, la reciprocità nelle interazioni, la presenza di interessi ristretti e di comportamenti ripetitivi. Quando queste caratteristiche si manifestano in modo marcato e persistente, soprattutto se associate a una ridotta risposta al nome, a un uso limitato dello sguardo e dei gesti per comunicare, può essere utile un confronto con il pediatra per valutare se avviare un percorso di valutazione più strutturato.

La prospettiva della salute pubblica insiste molto sull’importanza dell’individuazione precoce, non per anticipare etichette, ma per offrire alle famiglie informazioni e supporti adeguati. Interventi mirati nei primi anni, calibrati sulle esigenze del singolo bambino, possono favorire lo sviluppo delle competenze comunicative, sociali e di autonomia, con ricadute positive sulla qualità di vita dell’intero nucleo familiare. In questo quadro, la collaborazione tra pediatri, servizi di neuropsichiatria infantile, educatori e scuola dell’infanzia diventa un tassello fondamentale per costruire percorsi di osservazione e sostegno che non lascino sole le famiglie di fronte ai dubbi sui primi segnali di autismo.

Segnali nella comunicazione: sguardo, gesti, linguaggio

Tra i primi ambiti in cui possono emergere segnali di possibile autismo rientra la comunicazione, intesa non solo come linguaggio verbale, ma anche come sguardo, gesti, espressioni del viso e suoni prodotti dal bambino. Le linee guida internazionali ricordano che, già entro il primo anno, molti bambini iniziano a utilizzare lo sguardo per cercare l’adulto, seguire un oggetto indicato, condividere un interesse. In alcuni casi di disturbo dello spettro autistico, invece, il contatto o il mantenimento dello sguardo possono risultare ridotti o poco spontanei: il bambino può sembrare più interessato agli oggetti che alle persone, oppure non utilizzare lo sguardo per “chiamare in causa” l’altro durante il gioco. Anche le espressioni facciali sociali, come il sorriso in risposta al sorriso dell’adulto, possono essere meno frequenti o meno coordinate con il contesto.

Un altro segnale spesso citato riguarda la risposta al nome. Alcuni documenti, come quelli dei Centers for Disease Control and Prevention, indicano che la mancata risposta al proprio nome entro i 9 mesi può rappresentare un possibile campanello d’allarme, soprattutto se associata ad altri comportamenti atipici. Questo non significa che ogni bambino che non si gira sempre quando viene chiamato abbia un disturbo dello spettro autistico, ma che, in presenza di una risposta sistematicamente assente o molto rara, può essere utile prestare maggiore attenzione. La risposta al nome, infatti, è una delle prime forme di orientamento sociale: segnala che il bambino riconosce il richiamo dell’altro e lo considera rilevante, inserendolo in una relazione.

I gesti comunicativi costituiscono un ulteriore tassello importante. Intorno all’anno di vita, molti bambini iniziano a indicare oggetti per chiedere qualcosa o per mostrare un interesse, a salutare con la mano, a tendere le braccia per essere presi in braccio. Nel caso dell’autismo, questi gesti deittici e sociali possono essere poco presenti, usati in modo limitato o sostituiti da modalità meno orientate all’altro. Il bambino può, ad esempio, portare l’adulto verso un oggetto senza indicarlo, oppure utilizzare la mano dell’adulto come uno strumento, senza cercare lo sguardo o la condivisione emotiva. Anche il balbettio e i vocalizzi sociali, che di solito emergono nei primi mesi come forma di dialogo sonoro con il caregiver, possono risultare ridotti o poco variati.

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Per quanto riguarda il linguaggio verbale, la variabilità è ampia e non tutti i ritardi di linguaggio sono legati all’autismo. Tuttavia, in alcuni bambini con disturbo dello spettro autistico, le prime parole possono comparire più tardi, oppure il linguaggio può svilupparsi con caratteristiche particolari, come l’ecolalia (ripetizione di parole o frasi sentite) o l’uso di frasi fuori contesto. Più che il numero di parole, assume rilievo il modo in cui il linguaggio viene utilizzato: se serve a chiedere, condividere, raccontare, oppure se appare ripetitivo, rigido, poco orientato all’interazione. Anche in questo caso, non si tratta di trarre conclusioni autonome, ma di osservare nel tempo l’insieme dei comportamenti comunicativi, per poi eventualmente discuterne con il pediatra in un’ottica di prevenzione e supporto allo sviluppo.

Segnali nella relazione: gioco, interessi, risposta al nome

La dimensione della relazione con gli altri rappresenta un altro ambito in cui possono emergere segnali precoci di autismo. Nei primi anni di vita, il gioco è uno dei principali canali attraverso cui il bambino esplora il mondo e costruisce legami: scambi di oggetti, imitazione di gesti e suoni, finte telefonate, prime forme di gioco simbolico. In molti bambini con disturbo dello spettro autistico, il gioco può apparire diverso: più centrato sugli oggetti che sulle persone, ripetitivo, poco flessibile. Il bambino può, ad esempio, preferire allineare macchinine o blocchi sempre nello stesso modo, osservare a lungo parti di un giocattolo (come le ruote che girano) o ripetere la stessa azione senza cercare di coinvolgere l’adulto. Questo non significa assenza di gioco, ma un modo differente di giocare, meno orientato alla condivisione.

Gli interessi rappresentano un altro elemento spesso citato. In età prescolare, è normale che i bambini attraversino fasi di forte passione per un tema o un personaggio, ma in genere questi interessi si alternano e si integrano con altre attività. Nel caso dell’autismo, gli interessi ristretti possono essere particolarmente intensi e assorbenti, tanto da occupare gran parte del tempo di gioco e da rendere difficile proporre alternative. Il bambino può mostrare una forte attrazione per oggetti insoliti, per dettagli specifici o per routine molto precise, reagendo con disagio quando queste vengono interrotte. Anche la difficoltà a condividere l’interesse con l’altro, ad esempio portando un oggetto per mostrarlo o cercando lo sguardo dell’adulto, può rappresentare un segnale da osservare nel tempo.

La risposta al nome, già citata in relazione alla comunicazione, assume un significato particolare anche sul piano relazionale. Un bambino che raramente si gira quando viene chiamato, che sembra “non sentire” pur avendo un udito nella norma, può dare l’impressione di essere distante o poco coinvolto. In realtà, si tratta spesso di una diversa modalità di orientare l’attenzione, più centrata su stimoli interni o su dettagli dell’ambiente che sulla voce dell’altro. Quando questa caratteristica si associa a una ridotta ricerca di contatto, a poche iniziative di gioco condiviso e a una scarsa imitazione dei gesti dell’adulto, può suggerire la necessità di un’osservazione più approfondita da parte dei professionisti del neurosviluppo.

Un ulteriore aspetto riguarda la reciprocità sociale, cioè la capacità di entrare in uno scambio fatto di turni, risposte, aggiustamenti reciproci. Nei primi anni, questa reciprocità si manifesta in forme semplici: il bambino che ride quando l’adulto fa una smorfia, che ripete un gesto buffo per vedere la reazione dell’altro, che porta un gioco per essere aiutato o per condividere la scoperta. Nei disturbi dello spettro autistico, queste dinamiche possono essere meno spontanee o meno frequenti: il bambino può sembrare più concentrato sulle proprie attività, meno interessato a coinvolgere l’altro o a rispondere alle sue iniziative. Anche in questo caso, non si tratta di un singolo comportamento, ma di un insieme di segnali che, se persistenti, meritano attenzione in un’ottica di sostegno precoce allo sviluppo relazionale.

Comportamenti ripetitivi e rigidità nelle routine

Oltre agli aspetti sociali e comunicativi, i disturbi dello spettro autistico sono caratterizzati dalla presenza di comportamenti ripetitivi e da una certa rigidità nelle routine. Nei bambini piccoli, alcune ripetizioni sono del tutto fisiologiche: ascoltare la stessa storia più volte, chiedere sempre lo stesso cartone animato, ripetere un gioco che diverte. Nel caso dell’autismo, però, la ripetitività può assumere forme più marcate e meno flessibili. Il bambino può, ad esempio, allineare oggetti sempre nello stesso ordine, aprire e chiudere porte in modo insistente, far girare ruote o altri elementi in modo prolungato, mostrare un forte disagio se qualcuno interviene interrompendo la sequenza. Questi comportamenti possono avere per il bambino una funzione di autoregolazione o di esplorazione sensoriale, ma quando diventano molto pervasivi possono limitare l’accesso ad altre esperienze di gioco e relazione.

La rigidità nelle routine quotidiane rappresenta un altro elemento spesso riportato dalle famiglie. Alcuni bambini con disturbo dello spettro autistico possono reagire con forte irritazione o crisi di pianto di fronte a piccoli cambiamenti: una strada diversa per andare al parco, un posto a tavola modificato, un oggetto spostato dalla sua posizione abituale. Anche il passaggio da un’attività all’altra può risultare particolarmente difficile, con resistenze marcate quando si chiede di interrompere un gioco o di iniziare qualcosa di nuovo. Questa necessità di prevedibilità può essere legata a un modo diverso di gestire le informazioni e le emozioni, in cui la ripetizione e la routine offrono una sensazione di controllo e sicurezza.

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Tra i comportamenti ripetitivi rientrano anche alcuni movimenti del corpo, come dondolarsi, battere le mani, saltellare o camminare sulle punte. Molti bambini, anche senza alcun disturbo, possono manifestare occasionalmente questi movimenti, soprattutto nei momenti di eccitazione o stanchezza. Nel contesto dell’autismo, però, tali stereotipie motorie possono essere più frequenti, prolungate e meno legate alla situazione, diventando una modalità abituale di autoregolazione. L’osservazione attenta da parte dei genitori e degli educatori può aiutare a capire se questi movimenti compaiono solo in alcune circostanze o se rappresentano un tratto costante del comportamento del bambino.

È importante sottolineare che la presenza di comportamenti ripetitivi o di rigidità non basta, da sola, a definire un quadro di autismo. Molti bambini attraversano fasi in cui desiderano ripetere sempre le stesse attività o mostrano resistenze ai cambiamenti, soprattutto in momenti di passaggio come l’ingresso al nido o alla scuola dell’infanzia. Ciò che assume rilievo, in un’ottica di salute pubblica, è la combinazione tra questi comportamenti e le difficoltà nella comunicazione sociale e nella reciprocità. Quando più segnali si sommano e persistono nel tempo, può essere utile che il pediatra proponga uno screening del neurosviluppo, per valutare se sia opportuno un approfondimento specialistico e, se necessario, avviare precocemente percorsi di supporto mirati.

Alterazioni sensoriali: rumori, luci, contatto fisico e cibo

Molti bambini con disturbo dello spettro autistico presentano particolarità nel modo di percepire e reagire agli stimoli sensoriali, come suoni, luci, odori, consistenze e contatto fisico. Queste alterazioni sensoriali possono manifestarsi sia come ipersensibilità, cioè una reazione intensa a stimoli che per altri sono neutri, sia come iposensibilità, con una risposta ridotta o una ricerca continua di stimoli forti. Ad esempio, alcuni bambini possono coprirsi le orecchie di fronte a rumori che per gli adulti risultano moderati, come l’aspirapolvere o il phon, oppure mostrare grande disagio in ambienti affollati e rumorosi. Altri, al contrario, possono sembrare poco reattivi ai suoni, non voltarsi verso una fonte sonora o cercare rumori forti come se fossero piacevoli.

Anche le luci e gli stimoli visivi possono essere vissuti in modo particolare. Alcuni bambini possono fissare a lungo luci, riflessi o oggetti che ruotano, come le pale di un ventilatore, oppure osservare gli oggetti da angolazioni insolite, avvicinandoli molto agli occhi. In altri casi, luci intense o ambienti molto illuminati possono risultare fastidiosi, generando irritabilità o tentativi di evitare lo sguardo. Queste modalità non indicano necessariamente un problema di vista, ma un diverso modo di elaborare le informazioni visive. L’osservazione di tali comportamenti, soprattutto se associata ad altri segnali di autismo, può aiutare i professionisti a comprendere meglio il profilo sensoriale del bambino e a suggerire adattamenti dell’ambiente per ridurre il sovraccarico.

Il contatto fisico rappresenta un altro ambito in cui possono emergere particolarità. Alcuni bambini con autismo possono sembrare poco interessati alle coccole, irrigidirsi quando vengono presi in braccio o evitare l’abbraccio, mentre altri possono cercare un contatto molto intenso, ad esempio stringendo forte o cercando pressioni profonde. Anche la reazione a etichette dei vestiti, tessuti ruvidi o cambi di temperatura può essere più marcata, con rifiuto di alcuni indumenti o difficoltà ad accettare nuove sensazioni. Questi aspetti possono influenzare la quotidianità, dai momenti di vestizione al bagno, e richiedono spesso un adattamento delle routine per rispettare la sensibilità del bambino, senza forzature.

Infine, il rapporto con il cibo può essere influenzato dalle caratteristiche sensoriali. Alcuni bambini con disturbo dello spettro autistico mostrano una forte selettività alimentare, accettando solo pochi alimenti con determinate consistenze, colori o odori, e rifiutando con decisione tutto il resto. Altri possono avere difficoltà con le consistenze miste, come minestre con pezzi, o con cibi che cambiano aspetto nel piatto. È importante distinguere tra le comuni fasi di “capricci” alimentari tipiche di molti bambini e una selettività molto rigida e persistente, che può avere ripercussioni sulla varietà della dieta. In questi casi, il coinvolgimento di professionisti esperti di nutrizione pediatrica e di disturbi del neurosviluppo può aiutare a trovare strategie rispettose della sensibilità del bambino, evitando pressioni eccessive che potrebbero aumentare il rifiuto.

Quando parlare con il pediatra e quali esami possono essere proposti

Di fronte a dubbi sui primi segnali di autismo, il pediatra rappresenta il primo interlocutore di riferimento per le famiglie. Non esiste un elenco rigido di comportamenti che imponga automaticamente una valutazione specialistica, ma alcune combinazioni di segnali possono suggerire l’opportunità di un confronto. Tra questi rientrano, ad esempio, la mancata risposta al nome in modo persistente, la scarsa ricerca di contatto visivo e di interazione, l’assenza o la ridotta presenza di gesti comunicativi come indicare o salutare, un gioco poco condiviso e molto ripetitivo, una forte rigidità nelle routine e reazioni sensoriali molto intense. Quando più di questi elementi si presentano insieme e durano nel tempo, soprattutto entro i 2-3 anni, può essere utile che il pediatra proponga uno screening del neurosviluppo.

Gli strumenti di screening utilizzati in età precoce non forniscono una diagnosi definitiva, ma aiutano a individuare i bambini che potrebbero beneficiare di una valutazione più approfondita. Si tratta spesso di questionari compilati dai genitori o di brevi osservazioni strutturate del comportamento del bambino, focalizzate su aspetti come la comunicazione, il gioco, la reciprocità sociale e i comportamenti ripetitivi. In Italia, documenti formativi rivolti ai pediatri suggeriscono l’importanza di estendere uno screening di primo livello a tutti i bambini nei primi 24 mesi, proprio per non basarsi solo sulle segnalazioni spontanee delle famiglie, che talvolta possono sottostimare o sovrastimare alcuni segnali. Lo screening, in questo senso, è uno strumento di salute pubblica che mira a garantire pari opportunità di individuazione precoce.

Se dallo screening emergono elementi che richiedono un approfondimento, il pediatra può indirizzare verso i servizi di neuropsichiatria infantile o altre strutture specialistiche del territorio. La valutazione diagnostica, in questi contesti, è un processo articolato che può includere colloqui con i genitori, osservazioni dirette del bambino in diverse situazioni, test standardizzati sullo sviluppo cognitivo, linguistico e adattivo, oltre a eventuali esami medici per escludere altre condizioni associate. Non esiste un singolo esame del sangue o una singola risonanza magnetica che “diagnostichi” l’autismo: la diagnosi si basa sull’osservazione del comportamento e sulla storia di sviluppo, secondo criteri condivisi a livello internazionale.

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In alcuni casi, possono essere proposti esami aggiuntivi, come valutazioni audiologiche per escludere problemi di udito, o indagini genetiche quando la storia familiare o alcune caratteristiche cliniche lo suggeriscono. Questi esami non sono specifici per l’autismo, ma aiutano a delineare un quadro più completo del neurosviluppo del bambino e a individuare eventuali condizioni associate che richiedono attenzioni particolari. L’obiettivo complessivo non è solo arrivare a una definizione diagnostica, ma comprendere i punti di forza e di fragilità del bambino, per costruire un progetto di intervento personalizzato che coinvolga la famiglia, la scuola dell’infanzia e i servizi territoriali.

Come prepararsi al percorso diagnostico senza farsi travolgere dall’ansia

L’ipotesi di un possibile disturbo dello spettro autistico nel proprio bambino può generare emozioni intense, tra cui paura, senso di colpa, confusione e ansia per il futuro. Prepararsi a un eventuale percorso diagnostico significa, innanzitutto, riconoscere la legittimità di queste emozioni e cercare spazi in cui possano essere espresse e condivise, senza giudizio. Molti genitori riferiscono di aver notato “qualcosa di diverso” già nei primi mesi o anni, ma di aver esitato a parlarne per timore di esagerare o di essere fraintesi. Portare questi dubbi al pediatra non equivale a ottenere automaticamente una diagnosi, ma a chiedere un supporto nell’osservazione dello sviluppo del bambino, in un’ottica di prevenzione e di tutela della sua qualità di vita.

Un passo utile può essere quello di raccogliere osservazioni concrete sul comportamento del bambino, magari annotando episodi ricorrenti legati alla comunicazione, al gioco, alle reazioni sensoriali e alle routine quotidiane. Questi appunti non hanno valore clinico in sé, ma possono aiutare a fornire al pediatra e agli specialisti un quadro più preciso, evitando di affidarsi solo alla memoria in momenti di forte emotività. Anche confrontarsi con educatori del nido o della scuola dell’infanzia può offrire uno sguardo complementare, poiché il bambino può comportarsi in modo diverso a casa e in contesti collettivi. L’obiettivo non è “cercare conferme” a un timore, ma costruire una visione più ampia e condivisa dello sviluppo del bambino.

Per contenere l’ansia, può essere utile ricordare che una diagnosi di autismo, quando confermata, non definisce il valore del bambino né ne esaurisce le potenzialità. Le ricerche sul neurosviluppo mostrano che interventi precoci, calibrati sulle caratteristiche individuali, possono favorire progressi significativi nella comunicazione, nella partecipazione sociale e nell’autonomia. In questa prospettiva, l’individuazione precoce non rappresenta una condanna, ma un’opportunità per accedere prima a risorse educative e riabilitative. Allo stesso tempo, è importante evitare di trasformare ogni comportamento in un segnale di allarme: molti bambini con tratti atipici in alcune aree possono non rientrare in un disturbo dello spettro autistico, ma beneficiare comunque di un sostegno mirato allo sviluppo.

Infine, il percorso diagnostico e di presa in carico può risultare complesso, con tempi di attesa e passaggi tra diversi servizi. In questo contesto, il ruolo delle reti territoriali, delle associazioni di famiglie e dei servizi di supporto psicologico può essere prezioso per orientarsi e non sentirsi soli. Una comunicazione chiara tra professionisti e famiglie, che spieghi in modo comprensibile le tappe della valutazione, i possibili esiti e le opzioni di intervento, contribuisce a ridurre l’incertezza e a costruire un’alleanza centrata sui bisogni del bambino. In questo modo, anche un tema delicato come l’autismo nei primi anni di vita può essere affrontato con maggiore consapevolezza, trasformando la preoccupazione in un percorso informato di cura e sostegno.

La crescente attenzione ai primi segnali di autismo nei bambini piccoli riflette un cambiamento di prospettiva nella salute pubblica: non più attendere che le difficoltà diventino evidenti e radicate, ma osservare con cura lo sviluppo nei primi anni, per offrire alle famiglie informazioni e strumenti di supporto tempestivi. Senza sostituirsi al ruolo dei professionisti, una corretta informazione può aiutare a distinguere tra la normale variabilità dello sviluppo e quei pattern di comportamenti che, se persistenti e combinati tra loro, meritano un approfondimento. In questo equilibrio tra vigilanza e rispetto dei tempi individuali, la collaborazione tra genitori, pediatri, servizi specialistici ed educatori rappresenta la chiave per costruire percorsi di inclusione e benessere per i bambini nello spettro autistico e per le loro famiglie.

Approfondimenti

Organizzazione Mondiale della Sanità offre una panoramica generale sulle caratteristiche dell’autismo, con particolare attenzione alla possibilità di riconoscere i segnali già nella prima infanzia e al ruolo degli interventi precoci.

Centro statunitense per il controllo delle malattie presenta un elenco dettagliato dei possibili segnali di autismo nelle diverse fasce di età, utile per comprendere come si manifestano i disturbi dello spettro autistico nei primi anni di vita.

Istituto Superiore di Sanità mette a disposizione una dispensa rivolta ai pediatri sulla popolazione a rischio di autismo nei primi 24 mesi, con indicazioni sugli strumenti di screening e sull’importanza dell’individuazione precoce.

Rapporto OMS sullo sviluppo precoce approfondisce il tema dell’identificazione dei disturbi del neurosviluppo nella prima infanzia, includendo riferimenti specifici ai segni precoci dei disturbi dello spettro autistico.

Osservatorio Nazionale Autismo (ISS) descrive le attività del Progetto Agia, focalizzato sul riconoscimento precoce dei segnali di allarme relativi al neurosviluppo e alla salute mentale di bambini e adolescenti, con particolare attenzione ai disturbi dello spettro autistico.

L’articolo non sostituisce una valutazione clinica. Ogni dubbio sullo sviluppo del bambino va discusso con il pediatra o con i servizi di neuropsichiatria infantile.