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Approfondimenti

Pfas ritrovati nel liquido seminale

Un cavallo di Troia per la fecondazione?

11 Ottobre 2020

Presentati al XV Meeting del Gruppo Triveneto di Medicina della Riproduzione tenutosi il 9 ottobre, a Padova, i risultati di uno studio dell’equipe del prof. Carlo Foresta, ordinario di endocrinologia all’Università di Padova, che ha dimostrato la presenza delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), noti inquinanti ambientali con riconosciuta attività anti-ormonale, all’interno del liquido seminale di giovani maschi residenti nell’area rossa a massima esposizione da Pfas della regione Veneto.

 

La ricerca coordinata da Foresta, in collaborazione con il dott. Andrea Di Nisio del dipartimento di medicina DIMED, ha dimostrato per la prima volta a livello internazionale come circa il 20% dei Pfas presenti nel sangue sia poi ritrovato anche nel liquido seminale e in particolare negli spermatozoi, rappresentando pertanto un ulteriore fattore di rischio per la fertilità maschile, in aggiunta a quanto già dimostrato da Foresta nelle sue precedenti ricerche. Questi risultati sono poi stati confermati pochi mesi dopo da una ricerca internazionale che ha confermato come a una maggiore concentrazione di inquinanti nel sangue corrispondesse anche una maggior quantità nel liquido seminale.

 

Ma cosa comporta la presenza di questa sostanze negli spermatozoi? I dati presentati dal prof. Foresta hanno dimostrato il legame dei Pfas sulla membrana cellulare, componente fondamentale per la funzionalità degli spermatozoi e che contiene tutti quei recettori e canali imprescindibili per la loro capacità fecondante. Analisi molecolari hanno permesso di evidenziare come i Pfas riescano a intercalarsi nella membrana stessa, dilatandola e aumentandone quindi la fluidità, un parametro indicativo di una minor stabilità della stessa. Questa alterazione comportava l’alterazione di diversi parametri fortemente dipendenti dalla membrana stessa, come la respirazione cellulare e la motilità degli spermatozoi, con conseguente riduzione della capacità fertilizzante.

 

I risultati di questo studio aggiungono un ulteriore tassello al più ampio spettro di manifestazioni cliniche associate all’esposizione ai Pfas, ormai ampiamente riconosciute a livello internazionale. La loro presenza sugli spermatozoi diventa però un ulteriore segnale di allarme, soprattutto qualora uno spermatozoo carico di Pfas dovesse comunque arrivare a fecondare l’ovocita, o venga utilizzato per tecniche di fecondazione in vitro, rappresentando quindi una sorta di cavallo di Troia per il futuro embrione.

 

Il convegno ha visto la partecipazione dei massimi esperti nell’ambito della medicina della riproduzione, organizzato dal prof. Andrea Garolla dell’Università di Padova, ed è stato condotto per la prima volta con una formula mista: in parte in presenza, seguendo le opportune norme anti-covid e con capienza ridotta, e in parte in forma telematica, in modo da permettere la fruizione dell’evento a più di 150 partecipanti che erano impossibilitati a presenziare all’evento.

(ph: Shutterstock)

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