«Pedalare piano cercando di andare lontano»: Andrea Benesso e la comunità che arriva in bici

Chiacchierata con il cofondatore di BAM! - Bicycle Adventure Meeting, il raduno europeo dedicato ai cicloviaggiatori e al bikepacking

10 Giugno 2026 a cura di
«Pedalare piano cercando di andare lontano»: Andrea Benesso e la comunità che arriva in bici

Villa Contarini, qualche settimana fa. Eravamo arrivati lì pedalando da Vicenza con un gruppo di ciclisti, il nostro Road to BAM!, e quella villa veneta si era trasformata in qualcos’altro: non più solo un monumento, ma il punto d’arrivo di centinaia di persone che avevano scelto di farsi un pezzo di strada in sella prima di sentirsi parte di qualcosa. È questo, in fondo, il BAM. E dietro al BAM c’è Andrea Benesso, che insieme a Eleonora ha trasformato un’intuizione in un fenomeno.

Comunicatore di professione, cofondatore dell’agenzia Tre Parentesi a Padova, firma della montagna e della bici sulle pagine di Alvento e Altitudini, Benesso porta uno sguardo doppio: sa costruire eventi e sa raccontarli. Il suo registro è autoironico, ma serissimo nei contenuti, e si riassume in una formula che è quasi un manifesto – pedalare piano cercando di andare lontano. L’interlocutore ideale per ragionare non solo di cosa sta diventando il movimento lento in Italia, ma di come lo stiamo raccontando.

La scommessa di Livigno

Il BAM nasce dodici anni fa da una constatazione semplice e da un azzardo. La constatazione: ogni disciplina ciclistica aveva i suoi eventi di riferimento – il cross country, la bici da corsa, il downhill – ma per chi viaggia in bicicletta non c’era niente. L’azzardo: che una comunità del genere esistesse davvero, e fosse grande.

«Il primo anno noi non eravamo assolutamente consapevoli del fatto che questa community potenziale fosse così grande. È stata una sorpresa sin dal primo anno: già il secondo erano migliaia.»

Stessa storia sul fronte delle aziende. Il primo anno il BAM aveva «solamente un logo e un nome», nessuno storico, nessuna credibilità da spendere. Eppure tre brand importanti scelsero subito di crederci, dicendo che quello era l’evento giusto al momento giusto. Una community e un tessuto di partner costruiti, come dice lui, «un tassello alla volta».

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Arrivare in bici: il viaggio prima del raduno

C’è una regola non scritta che tiene insieme tutto. Al BAM ci si arriva pedalando.

«Non importa se devi fare trecento, mille o venti chilometri: quello che conta è che tu arrivi al BAM con nel cuore un piccolo viaggio.»

Treno più bici, auto più bici se non se ne può fare a meno, oppure – come capita dopo dodici anni – settimane intere di strada per arrivarci. È questa call to action a generare la magia: le persone che arrivano hanno appena pedalato, hanno appena condiviso un pezzo di strada con qualcuno. È esattamente ciò che è successo al nostro gruppo partito da Vicenza, dove non tutti si conoscevano e tutti, arrivati a Villa Contarini, si sono sentiti parte prima di quel gruppo e poi della community più grande. Il viaggio condiviso è il collante. È ciò che rende quella comunità così forte e partecipe – e così varia: il gravel e la FIAB, i gruppi di amici e i ragazzi giovani, fino al signore di settant’anni che il venerdì sera, sotto la pioggia, era lì a chiacchierare con tutti gli altri.

Territori che sanno accogliere

Da qui Benesso allarga lo sguardo al tema che gli sta più a cuore: cosa rende un luogo pronto ad accogliere chi viaggia in bici. La risposta smonta un luogo comune.

«In Italia si crede che per essere bike friendly servano milioni da investire in infrastrutture. Io dico: se ci sono i soldi per l’infrastruttura, ben venga; ma se non ci sono, si possono fare comunque ottimi progetti spendendo meno.»

Bike friendly, per lui, è prima di tutto un insieme di competenze e di cultura: il pubblico esercizio, l’hotel, l’amministrazione che riconoscono il cicloturista come tipologia di viaggiatore e ne capiscono le esigenze. Poi vengono i servizi, spesso piccole cose – un parcheggio sicuro per la bici mentre ti fermi a mangiare, le ricariche per le e-bike, una mappatura pensata per chi pedala.

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Il caso che cita è la mancata Ciclovia del Brenta: il fiume c’è, il percorso fisicamente si pedala, ma la ciclovia come prodotto turistico non esiste. Per crearla non basta la buona volontà del singolo comune.

«Ci vuole una regia territoriale che metta assieme tutti, da Chioggia alla Valsugana, e dica: da domani, e per cinque anni, facciamo questo cammino insieme.»

È un tema che incrocia il momento che vive il cicloturismo a livello europeo: la commissione TRAN del Parlamento europeo ha riconosciuto il cicloturismo come settore strategico, e la rete EuroVelo conta oggi 166 milioni di europei che vivono entro cinque chilometri da un suo itinerario. La domanda c’è. Manca, spesso, proprio quella regia.

Andare piano non è pigrizia

Poi la parte più filosofica, quella in cui Fruscio e Benesso si riconoscono. Pedalare piano cercando di andare lontano: dov’è il confine tra la lentezza scelta e la pigrizia? La risposta è disarmante.

«Va benissimo andare piano anche per pigrizia. Non c’è niente di negativo nello scegliere di essere lenti. Quello che conta è non farsi spaventare dal concetto di performance, che è pervasivo nella nostra vita, non solo sulla bici.»

Chi vuole andare forte lo faccia pure – cita i viaggiatori-atleti come Mattia De Marchi – ma è una scelta personale, non una misura del valore. Quando si viaggia in bici o a piedi, quella cultura della prestazione la si può lasciare a casa. Ognuno va al suo ritmo, e va benissimo così. Una filosofia molto vicina a quella di Fruscio, dove il movimento è una via verso il benessere e l’equilibrio, non verso la performance.

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La bellezza che parte dal garage

C’è un sogno nel cassetto – la Patagonia, la Carretera Austral, mai fatta – che Benesso custodisce come Salgari custodiva le sue terre lontane, e che ora immagina di realizzare un giorno con il figlio, quando sarà l’età giusta. Ma intanto è l’Italia ad avergli insegnato la cosa più importante.

«Mi ha insegnato che la bellezza è dappertutto, che non serve andare lontano. Basta aprire il garage, prendere la bicicletta e iniziare il viaggio da lì.»

Una densità pazzesca di ricchezza, dice, che permette di trovare il proprio fruscio ovunque: «bastano i sensi, non serve nient’altro».

Il fruscio di Andrea

E allora arriviamo alla domanda con cui chiudiamo ogni Fruscio Talks: il momento in cui smetti di pensare e inizi a sentire davvero. Per Benesso è quasi sempre legato alla montagna, dove – un po’ per la fatica, un po’ per la distanza dalla civiltà, un po’ per l’adrenalina – riesce a essere perfettamente presente a se stesso.

«Non sto pensando a quello che farò domani o a quello che ho fatto ieri. Mi sento montagna, neve, bosco, vento e sole. Quando mi capita di sentirmi così, quello è il mio fruscio. E sono molto grato di riuscire a vivere momenti del genere.»

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Fruscio Talks è la rubrica di Fruscio su WebSalute dedicata alle voci che stanno ridisegnando l’outdoor e la cultura della bicicletta in Italia e in Europa. Nelle puntate precedenti abbiamo dialogato, tra gli altri, con Gianluca Santilli (Osservatorio Bikeconomy), Silvia Livoni Colombo (Bike Hub), Paolo Pinzuti (Fiera del Cicloturismo) e Antonio Bressa (vicesindaco di Padova).

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