“Esiste davvero un fiore capace di cancellare la memoria? È una domanda che accompagna da quasi tremila anni uno degli episodi più enigmatici dell’Odissea di Omero: quello dei Lotofagi. Christopher Nolan non cerca di dare una risposta, ma utilizza quel mito per tornare a esplorare il tema che attraversa tutta la sua filmografia: il tempo. Non quello scandito dagli orologi, ma quello percepito dalla mente umana.”
Dopo aver piegato il tempo alle esigenze della memoria in Memento, averne alterato il ritmo nei sogni di Inception, averne mostrato la relatività cosmica in Interstellar e averne addirittura invertito la direzione in Tenet, Christopher Nolan torna a confrontarsi con la materia narrativa che più di ogni altra definisce il suo cinema.
Con Odissea, però, il regista britannico compie un’operazione diversa. Non costruisce un rompicapo temporale né una macchina narrativa da decifrare. Sceglie invece il poema fondativo della cultura occidentale e lo rilegge come un viaggio dentro la percezione del tempo, affidandosi a un Ulisse meno interessato a sconfiggere mostri e divinità che a ritrovare se stesso.
Il risultato è un kolossal spettacolare e, allo stesso tempo, sorprendentemente intimo, nel quale ogni tappa del viaggio assume un significato psicologico prima ancora che epico.
Il loto esiste davvero?
Tra le sequenze più affascinanti del film spicca quella dedicata ai Lotofagi. Nel poema di Omero, chi assaggia il loto dimentica immediatamente la propria casa, gli affetti e perfino il desiderio di fare ritorno a Itaca. Una pianta capace di cancellare la memoria con un solo frutto. Ma esiste davvero? La risposta, almeno per la scienza, è più complessa di quanto si possa immaginare.
Nei secoli botanici e filologi hanno identificato il loto di Omero con diverse specie vegetali. L’ipotesi più accreditata riguarda lo Ziziphus lotus, un arbusto mediterraneo dai piccoli frutti dolci ancora oggi presente nel Nord Africa. Altri studiosi hanno suggerito il Nymphaea lotus, il loto bianco egiziano, oppure il celebre Nelumbo nucifera, il loto sacro asiatico.
Nessuna di queste piante, tuttavia, possiede proprietà tali da provocare l’amnesia descritta nel poema. Il mito, però, non è così lontano dalla realtà come potrebbe sembrare.
Quando la natura può alterare la memoria
Se il loto di Omero probabilmente non è mai esistito nella forma raccontata dal poeta, esistono invece numerose piante contenenti alcaloidi capaci di modificare profondamente il funzionamento del cervello.
Belladonna, datura, giusquiamo e mandragora sono ricche di sostanze come atropina e scopolamina, note alla farmacologia per gli effetti sul sistema nervoso centrale. In determinate quantità possono provocare disorientamento, stati confusionali, alterazioni della coscienza e perfino amnesia anterograda, ovvero l’incapacità di fissare nuovi ricordi.
Naturalmente il loto dell’Odissea non può essere identificato con nessuna di queste specie. Eppure Omero, inconsapevolmente, aveva già immaginato un concetto che oggi le neuroscienze conoscono molto bene: modificare la memoria significa modificare l’identità stessa della persona.
Ed è proprio da qui che Nolan sembra partire.
Calipso: il tempo come sedativo
Se il loto rappresenta l’oblio, Calipso ne costituisce la naturale evoluzione. Nel film la ninfa non appare semplicemente come la donna che trattiene Ulisse sull’isola di Ogigia. Diventa piuttosto l’incarnazione di una tentazione universale: fermare il tempo. Nel poema, Ulisse rimane con lei per sette anni. Sette anni. Una parte significativa dell’esistenza di qualsiasi uomo. Eppure Nolan li racconta come una parentesi sospesa, quasi impercettibile, un tempo che sembra evaporare senza lasciare traccia. È impossibile non riconoscere qui uno dei temi più cari al regista. Il vero antagonista di Ulisse non è Poseidone. Non è il Ciclope. Non sono le Sirene. È il tempo.
O, più precisamente, la possibilità di rinunciare al tempo. Perché Calipso non imprigiona Ulisse con la forza. Lo seduce con l’idea di un presente eterno, privo di responsabilità, di dolore e di invecchiamento.
Il cervello misura davvero il tempo?
Da un punto di vista scientifico la risposta è sorprendente. Il nostro cervello non possiede un “orologio” interno capace di misurare il tempo in modo assoluto. La sua percezione nasce dall’interazione tra memoria, attenzione, emozioni e novità delle esperienze. È per questo motivo che un’ora trascorsa nella sala d’attesa di un ospedale può sembrare infinita, mentre una giornata felice vola via senza che ce ne accorgiamo.
Lo stesso fenomeno spiega anche perché, crescendo, gli anni sembrano passare sempre più rapidamente. Quando le giornate diventano ripetitive, il cervello registra meno informazioni nuove e, una volta rievocate, appaiono molto più brevi di quanto siano state realmente.
Calipso, in questa prospettiva, non altera il tempo oggettivo. Altera il modo in cui Ulisse lo vive. È una straordinaria intuizione narrativa che Nolan traduce in immagini con la sensibilità di chi, da oltre venticinque anni, continua a interrogarsi sul rapporto tra tempo e coscienza.
Nolan torna a casa
Anche sul piano strettamente cinematografico, Odissea rappresenta quasi una sintesi della carriera del regista. Ritroviamo il gusto per le grandi riprese in esterni, l’uso limitato della computer grafica, la fotografia monumentale e quel senso di spettacolo che Nolan riesce a ottenere privilegiando, ancora una volta, gli effetti pratici rispetto all’artificio digitale. Accanto ai nuovi ingressi, il regista si affida nuovamente a interpreti che conoscono perfettamente il suo linguaggio cinematografico. Non si tratta semplicemente di “attori feticcio”: è una vera compagnia artistica che condivide una precisa idea di recitazione, essenziale, misurata, lontana da qualsiasi enfasi superflua. Anche alcune licenze rispetto al poema originale, compresa la scelta di un cast etnicamente più eterogeneo di quanto suggerirebbe una ricostruzione filologica, appaiono coerenti con la volontà di raccontare un mito universale più che un documento storico. Nolan non mette in scena l’antica Grecia. Mette in scena l’uomo.
Il tempo, ancora una volta
Forse il loto di Omero non è mai esistito. Forse nessun fiore è davvero capace di cancellare il passato. Eppure il poeta greco aveva intuito qualcosa che oggi neuroscienze e psicologia continuano a confermare: memoria e percezione del tempo sono profondamente intrecciate. Modificare una significa inevitabilmente trasformare anche l’altra.
Christopher Nolan raccoglie questa intuizione e la porta sul grande schermo senza tradire la propria poetica. Dietro il kolossal, dietro le battaglie, gli dèi e i mostri, continua infatti a raccontare la stessa storia che attraversa tutta la sua filmografia: quella di uomini costretti a misurarsi con il tempo.
Perché, in fondo, l’Odissea non parla soltanto del ritorno a Itaca. Parla della lotta contro l’oblio. E ci ricorda che il tempo può essere il più fedele degli alleati, ma anche il più insidioso degli inganni.
Forse è proprio questa la vera Itaca immaginata da Christopher Nolan: non un luogo da raggiungere, ma il tempo che scegliamo di non dimenticare.




