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La salute nel piatto

Natale: i veri protagonisti sono i piatti in tavola, non i regali

Un tempo, in particolare nell'Ampezzano, dalla vigilia all'epifania il dono più atteso erano le pietanze

24 Dicembre 2021

Natale, festa della pace e degli uomini di buona volontà, era sicuramente la ricorrenza più sentita in Ampezzo. Non si facevano regali, ai bimbi si raccomandava di essere buoni e obbedienti, in ogni caso si faceva festa a tavola.

 

La vigilia di Natale era d’obbligo mangiare le “buliganes” (lumache) che venivano bollite, tolte dal guscio e intinte nel sale. Era pure presente il baccalà lesso, condito con olio e insaporito con aglio e sale. Un dipinto dell’ampezzano Luigi Gillarduzzi, datato 1870, raffigura un vecchio mercante veneziano venditore di pesce: a Cortina arrivavano in quei tempi l’anguilla marinata (il “bisato”), lo “scopetòn” o “renga”, cioè l’aringa che si mangiava arrostita, accompagnata con patate e polenta, e il baccalà, ossia lo stoccafisso. Il non plus ultra per la tavola della vigilia era il “tortel”: un composto di interiora d’agnello o capretto, ben lavate, sbollentate, tagliuzzate e poi soffritte nel burro, mescolate a uvetta sultanina, chiodi di garofano, pane grattugiato, uovo e sale, il tutto avvolto nell’omento e cotto al forno.

 

Il giorno di Natale il pranzo prevedeva le “lesagnetes”, tagliatelle fatte in casa, condite con una specie di ricotta grattugiata, lo “zìgar”, burro fuso e semi di papavero e, sempre, un arrosto di pecora o di agnello. L’agnello era aperto a metà, messo sotto sale, poi ben asciugato e lessato velocemente, quindi insaporito con sale, pepe e aglio e infilato nella stufa in muratura. Il dolce tipico era lo “zelten”. Come molti altri dolci tradizionali ampezzani, anche questo è di origine austriaca. Appartiene al gruppo dei ricchi pani natalizi, presenti in tutta l’area di diffusione del Cristianesimo, distinguendosi fra loro per il fatto che ciascuno è confezionato con i prodotti locali reperibili nel periodo natalizio. Ancora oggi qualche massaia lo prepara, magari secondo ricette gelosamente tramandate da generazione in generazione. Qualcuno usava anche mangiare le “fartaies”, un dolce rustico presente a Cortina da secoli, del quale si trova menzione in un documento del 1654.

 

Un altro dolce che poteva essere presente sulla tavola natalizia era il “kugulupf”, a base di farina, uova, burro e uva sultanina: di origine tedesca, è molto diffuso nelle valli dolomitiche. A partire dal 1900, nelle case non mancava mai il presepe: le figurine piatte, ritagliate da un grande cartone, venivano appoggiate su muschio raccolto con amore prima che cadesse la neve e una capanna di corteccia e ramoscelli accoglieva il Bambino Gesù, un bimbetto roseo, di cera, appoggiato su un piccolo cuscino ricamato. L’abete decorato è giunto più tardi nelle case ampezzane, probabilmente con l’arrivo dei primi turisti: vi si appendevano mandarini, qualche biscotto, le caramelle avanzate da San Nicolò, alcune candeline e anche “ra rachetes”, grossi fiammiferi di legno con un’estremità ricoperta da una sostanza che, incendiata, lanciava festosi scoppiettii.

 

La sera precedente l’Epifania, i bambini della valle, mascherati alla meglio da Re Magi, con in mano un bastoncino sulla cui cima era stata attaccata una stella di carta colorata o la sagoma di una casetta raffigurante la capanna di Betlemme, andavano di casa in casa cantando “ciantadùra”, racimolando così qualche dolcetto e pochi spiccioli, quanto bastava per finire in allegria le feste natalizie. Il giorno dell’Epifania, si usava preparare i “casunziei” di rape rosse.

 

(ph: Shutterstock)

Nicolo' Muraro

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