La consapevolezza della fragilità dell’esistenza umana, riportata in auge con il Covid-19, deve stimolare medici e operatori sanitari a guardare il paziente da una nuova prospettiva: è arrivato il momento di valorizzare l’etica del “prendersi cura” che non è più riconducibile ad una semplice applicazione di protocolli clinici, ma deve esplicarsi nel vivere una relazione umana, fondata sull’empatia, la condivisione e la partecipazione.
Occorre un atteggiamento di rigoroso e sincero ascolto che consenta di vedere la figura del paziente come una fertile risorsa nel percorso di cura, superando la visione statica del paziente visto come un detentore di bisogni.
Di fronte alla fragilità umana riscopriamo anche la qualità etica del legame che ci unisce: il rischio del contagio mette in luce come la vita di ognuno sia legata alla responsabilità dell’altro (siamo-tutti –sulla- stessa -barca), scopriamo che persino ciò che separa, come le diverse forme di barriere di contenimento del virus, anziché dividere e isolare, ci uniscono. Si riscopre il valore della persona, della relazione, della condivisione.
SE LA RELAZIONE È FUNZIONE DELL’ ATTIVITÀ CLINICA
L’approccio più diffuso nel mondo sanitario vede la relazione medico-paziente funzione dell’attività clinica, cioè finalizzata a mettere a fuoco la diagnosi e rendere scorrevole il piano di cura. L’indagine clinica si presenta con una articolata raccolta di informazioni, contenute in gran parte nella scheda anamnestica e rilevate durante la prima visita. Nel colloquio tra il medico e il paziente l’attenzione è fortemente orientata alla lettura della malattia in senso biologico (disease) passa in secondo piano la personalità del paziente e il modo in cui interpreta il trattamento terapeutico che gli viene proposto (illness).
Questo approccio, che fa del medico e della diagnosi i punti centrali del rapporto, riserva un ruolo di secondo piano al paziente che, in posizione del tutto asimmetrica rispetto al clinico, ha poco spazio di dialogo se non per cercare di comprendere quanto gli viene proposto.
Tutto si svolge in modo lineare, secondo il concetto di sequenza delle azioni che caratterizza l’attività diagnostica, il piano di cura e l’attività clinica ad esso sotteso. Nella sequenza delle azioni prevale il concetto di informare più che comunicare. Informare significa, alla lettera, fornire dati, portare a conoscenza, mettere al corrente. Le procedure e i protocolli clinici, per la loro peculiarità, generano dei flussi di informazioni che sono strutturati e documentati. Con il termine “comunicare” si esprime invece un’attività molto più complessa: si comunica quando si mettono a confronto e si condividono idee, punti di vista, emozioni, finalizzate a costruire una relazione.
LA RELAZIONE COME ELEMENTO “FONDANTE” DELL’ ATTIVITÀ CLINICA
L’esigenza di costruire una relazione equilibrata, simmetrica, con il paziente, basata su un approccio scientifico, non vuole mettere in secondo piano l’aspetto scientifico proprio dell’attività clinica. Tutt’altro, in quanto la scientificità viene sposata tout court per rispondere alle esigenze sempre più complesse e variegate del paziente. L’attenzione che va posta all’aspetto psicologico e caratteriale del paziente non può essere lasciata alla libera iniziativa o alle inclinazioni spontanee del medico e dello staff clinico, occorre costruire una piattaforma formativa comune che permetta a tutti di acquisire gli appropriati strumenti. Le Life Skills, vengono declinate dall’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) come Emotive, Relazionali, Cognitive.
Il dialogo che si instaura tra il medico e il paziente va inteso come una sorta di “ordito relazionale” che dà l’impronta al rapporto. L’ordito diventa l’elemento fondante su cui s’innesta l’attività clinica e non viceversa, come avviene nel rituale convenzionale sopra descritto.
L’attività clinica, in questa prospettiva, si apre verso una nuova dimensione, entrano in ballo la componente soggettiva, l’identità personale, la lettura e l’interpretazione che il paziente fa del quadro clinico che gli viene prospettato. Nasce quindi un rapporto simmetrico tra il medico e il paziente: le informazioni raccolte per impostare diagnosi e piano di cura, s’ inquadrano in un contesto più ampio che mira a disegnare una compliance. A tal proposito sarebbe meglio sostituire il termine compliance con quello di adesione/alleanza
Il termine compliance rimanda infatti all’immagine di un paziente che obbedisce, si adatta alle prescrizioni del medico. Il termine adherence, definisce la relazione in termini più cooperativi, una sorta di partnership, in cui il paziente ha un ruolo decisionale, non passiva acquiescenza.
Ad avviare un dialogo attivo con il paziente, viene incontro la Medicina Narrativa (Narrative Based Medicine), nata in America negli Anni Novanta, che oggi sta ottenendo molti consensi anche in Italia.
La rappresentazione narrativa dell’esperienza del paziente si integra con la dimensione biologica della malattia, dando una impronta diversa alla relazione medico-paziente che spesso risulta impersonale, fredda, autoreferenziale.
Il prendersi cura non può più essere confinato nei termini di applicazione di protocolli clinici ma deve esplicarsi nel vivere una relazione completa: il to care non è il semplice to cure in quanto evoca il bisogno di condivisione, di ascolto, in direzione di un fertile quanto necessario rapporto umano.
DALL’ “EVIDENCE-BASED MEDICINE” ALLA “NARRATIVE-BASED MEDICINE”
Oggi svolge ancora un ruolo determinante l’evidence-based medicine, cioè il metodo che mira ad utilizzare il bagaglio di informazioni selezionate dalle riviste scientifiche relativi alle varie patologie. Lo scopo è quello di fornire al medico una sintesi delle esperienze più significative, affinché possa fare delle scelte terapeutiche adeguate. Purtroppo capita sovente di constatare l’inefficacia delle cure perché le risposte organiche sono diverse da paziente a paziente. È ciò che ha spinto ad avvicinarsi ad un modello di medicina patient centered (centrata sul paziente), in cui entrano in ballo la dimensione soggettiva, la componente psicologica e comportamentale da cui non si potrà più prescindere.
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