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INTERVISTA ESCLUSIVA

Giovanni Leoni: «Covid-19? La sanità pubblica ha risposto con spirito idealistico e dedizione»

Il Vicepresidente FNOMCeO: «I medici, come categoria, hanno dimostrato di saper reggere l’urto di una situazione straordinaria»

25 Settembre 2020

L’avvento del Covid-19 ha messo a dura prova il sistema sanitario nazionale. La sanità pubblica italiana ha risposto, seppur in maniera differente a seconda delle varie regioni, «con spirito idealistico e dedizione al dovere» come afferma nel corso dell’intervista che segue il Vicepresidente FNOMCeO e Presidente OMCeO Venezia Giovanni Leoni. Tutto ciò nonostante il personale ridotto e i vari gap che il SSN ha fortemente riscontrato durante la pandemia. Di questo e degli scenari futuri della sanità pubblica abbiamo parlato con lui in occasione della Summer School 2020 (17-18 settembre, Gallio), organizzata da Motore Sanità.

 

Come il Covid-19 ha influito sul ruolo e sulle vite dei medici e qual è stata la risposta da parte delle categorie professionali a questa devastante epidemia? 

«I medici come categoria hanno dimostrato di saper reggere l’urto di una situazione straordinaria che, oltre ad aver messo in crisi il sistema, ha posto in pericolo la loro stessa salute. Sono stati momenti molto cupi, soprattutto quando non si comprendeva l’estensione della pandemia, con l’aggravante di poter causare dei danni anche in famiglia, oltre che a livello personale. La categoria ha risposto con dei principi idealistici, sia a livello medico, infermieristico e di operatori sanitari. Ne è una prova la morte di oltre 170 medici, 40 infermieri e vari operatori. Tutti in servizio e con un’età media, calcolata sui primi 50 casi, di 10 anni inferiore a quella dei pazienti che curavano. Possiamo affermare che si è trattato di un grande esempio di spirito idealistico e dedizione al dovere, considerata la realtà in cui viviamo dove prevale lo spirito egoistico e consumistico».

 

Possiamo quindi affermare che durante l’emergenza la popolazione ha avuto l’occasione di riconsiderare il reale valore del medico e dei professionisti della sanità?

«È stato un grande riscatto, agli occhi dell’opinione pubblica, di una categoria che purtroppo è stata trattata in maniera non conforme a quello che è il proprio valore: con una drastica diminuzione del personale per quanto riguarda il medico-ospedaliero e una costrizione per quanto riguarda il medico di medicina generale. Nonostante tutto questo, il sistema sanitario pubblico del Veneto si è distinto divenendo per le altre regioni un vero e proprio modello, grazie anche alla possibilità di poter contare su un’assistenza territoriale maggiore».

 

In merito al problema del personale ridotto, quali potrebbero essere le eventuali soluzioni a questo deficit?

«Un problema da fronteggiare è certamente quello del turn-over, del ricambio generazionale. Un passo avanti in proposito è stato compiuto in merito al numero di borse di studio, che da circa 5.000 abbiamo portato a quasi 14.000. Questo non colma il gap formativo però. Ne restano infatti fuori circa 15.000, i cosiddetti camici grigi, che dovranno essere riassorbiti al più presto. Non è vero che mancano i medici infatti, bensì gli specialisti. L’accesso al corso di laurea magistrale di medicina conta ogni anno circa 60-70.000 maturati. A superare la prova è una media di 1 su 7. Questo a dimostrazione che quella del medico è ancora una professione molto ambita».

 

C’è poi il problema della fuga dei più giovani all’estero…

«In molti sono costretti ad andare all’estero per completare gli studi e questo vede molti validi ragazzi rinforzare le fila dei sistemi sanitari degli altri Paesi. Basti pensare agli USA, dove la nazionalità più rappresentata tra i medici è quella italiana. La nostra carenza di medici è principalmente su base economica. Questa è una grave problematica. Anche per questo è fondamentale sostenere e rafforzare il sistema sanitario nazionale su quello che è l’esempio del Veneto».

 

FNOMCeO quali interventi ha adottato in proposito?

«FNOMCeO, nel triennio che sta per concludersi, ha fatto fronte a degli impegni prioritari: abbiamo ottenuto la legge, introdotta lo scorso agosto, contro la violenza sugli operatori sanitari che finalmente toglie la problematica della querela di parte ottenendo la procedibilità di ufficio con inasprimento delle pene. Quello della violenza sugli operatori sanitari è un dramma che riguarda l’intero territorio nazionale, ma particolarmente accentuato nel Centro-Sud. Un altro obiettivo come Federazione prefissatoci è l’eliminazione delle differenze per quanto riguarda la disuguaglianza dei sistemi sanitari, che si esprimono anche in spettanze di vita differenti tra chi nasce al Nord e chi nasce al Sud. Occorre un piano Marshall. Le risorse attualmente a disposizione sono quelle provenienti dal recovery fund, che spero possano essere utilizzate per creare un nuovo sistema che possa far leva su un grande rinforzo di quella che è la medicina di famiglia, di base, la creazione di micro team inter-professionali in collaborazione con i distretti e di strutture intermedie. Dobbiamo infatti ammettere di essere il fanalino di coda per quanto riguarda i posti letto in Europa».

 

Parlando di risorse, qual è lo stato attuale dei finanziamenti riservati alla sanità pubblica?

«Abbiamo un servizio sanitario nazionale che è economico, sotto finanziato, con un valore proporzionale del PIL del 6.3 – 6.4 %, nettamente inferiore quindi al 16% di quello americano la cui sanità è in mano a 4 major assicurative e che alla fine offre grandi assistenze, ma genera anche grandi disuguaglianze. Noi invece abbiamo un sistema simile a quello canadese, siamo finanziati come la Grecia, ma abbiamo un sistema sanitario di qualità. Mi preme aggiungere che un altro obiettivo che la Federazione si sta ponendo è quello di riconsiderare la categoria medico-sanitaria femminile, che riveste nel nucleo familiare un ruolo di primaria importanza: motivo per il quale una dottoressa dovrebbe essere messa nelle condizioni di poter dedicare il giusto tempo anche al proprio ruolo di donna, figlia, consorte, mamma. Tutte mansioni che nessuno riesce a svolgere se impegnato in turni contro natura, in assenza della normale alternanza lavoro-riposo».

 

A fronte di quanto detto sinora, possiamo parlare di modello Veneto?

«Avendo girato con Il Presidente Anelli e l’Esecutivo della FNOMCeO in tutte le regioni negli ultimi 2 anni in fase pre-Covid, posso affermare che quello veneto dagli altri sistemi è realmente visto come un riferimento, e soprattutto dopo la pandemia. E quando parlo di eliminare le disuguaglianze, io parlo di portare tutti i sistemi sanitari a questo livello, basato principalmente sulla assistenza pubblica. Nonostante questo, la Lombardia rimane certamente la regione che vanta il maggior flusso di migrazione sanitaria dal Centro-Sud in quanto ha costruito negli anni un sistema globale di offerta di qualità, ma con parte importante affidata al sistema privato convenzionato e una scarsa rete di collaborazione con la medicina territoriale, sistema che ha dimostrato i suoi lati negativi in particolare durante il periodo Covid-19».

 

E in merito al sistema sanitario privato?

«Bisogna calcolare in Italia vengono spesi 40 miliardi di out of pocket, cioè chi può paga di tasca propria l’assistenza medica. Ma oltre il 40-50% delle persone che si recano in ospedale per visite e prestazioni ambulatoriali sono esenti per reddito, per invalidità civile o per patologia neoplastica. Semplicemente non hanno le risorse economiche per poter pagare una sanità privata e quindi dipendono dalle liste di attesa del sistema sanitario pubblico, un sistema che garantisce inoltre ricoveri ed interventi chirurgici a tutti indistintamente. All’estero i Sistemi Sanitari non sono di tipo universalistico come il nostro e questo fatto deve essere sempre ricordato. La sanità privata convenzionata ha assunto progressivamente un ruolo integrativo al sistema pubblico sempre più importante, fondamentale per gli aspetti riabilitativi, per alcune branche specialistiche e per patologia da curare in elezione.  Ma l’urgenza, i pazienti difficili polipatologici e semplicemente la classe composta da cittadini a reddito medio e basso, i poveri, hanno bisogno di un adeguato servizio sanitario pubblico, perché il diritto alla salute uguale per tutti lo prevede la nostra Costituzione. Perché la pandemia in Italia l’ha retta il sistema sanitario pubblico, quello che funziona sempre per tutti noi, italiani e stranieri, h24».

Nico Parente

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