Giornata mondiale del rene: ecco come il Covid-19 lo può attaccare

I pazienti con insufficienza renale cronica sono particolarmente vulnerabili ad una forma più severa di infezione

11 Marzo 2021 a cura di
Giornata mondiale del rene: ecco come il Covid-19 lo può attaccare

Ricorre oggi, 11 marzo 2021, la Giornata Mondiale del Rene. La ricorrenza è stata istituita proprio per richiamare l’attenzione sulla malattia renale cronica. Ma in un arco temporale ancora fortemente contrassegnato dalla pandemia, non può mancare un riferimento al Covid.

Vi è dunque un nesso tra il rene e il virus? Scopriamolo…

 

Il Covid-19 causa principalmente una patologia dell’apparato respiratorio che varia da una forma infiammatoria delle vie aeree superiori di grado lieve fino alla polmonite interstiziale di grado severo, alla sindrome da stress respiratorio acuto ed alla morte mentre il coinvolgimento diretto di altri organi o apparati è meno frequente. In tutti i soggetti la contemporanea presenza di comorbidità tipo diabete, scompenso cardiaco, obesità, neoplasie, malattie infiammatorie croniche aggrava pesantemente l’evoluzione e condiziona in maniera infausta la prognosi.

 

Il rene è raramente il bersaglio diretto dell’infezione da Covid mentre è generalmente coinvolto, in via secondaria, quando si verificano situazioni di grave malattia, sepsi generalizzata o compromissione multiorgano. In queste condizioni il rene viene danneggiato acutamente dallo stato di infiammazione sistemica scatenata dall’infezione virale, la cosiddetta tempesta infiammatoria, dagli squilibri dello stato di idratazione, dal deficit di ossigenazione tessutale o dalla tossicità da farmaci.  A sua volta, la compromissione renale acuta diventa una comorbidità che incide sull’evoluzione della situazione generale giocando, contemporaneamente, il ruolo di causa ed effetto.

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I pazienti con insufficienza renale cronica sono particolarmente vulnerabili ad una forma più severa di infezione da Covid perché mediamente hanno un’età più avanzata ed una maggior frequenza di comorbidità tipo diabete e cardiopatia.

A questo si aggiunge il fatto che i pazienti sottoposti ad emodialisi sono costretti a recarsi tre volte alla settimana al Centro Dialisi, elemento che amplifica il rischio a causa della condivisione di trasporti, sala d’attesa, ambiente di dialisi mentre i pazienti in dialisi peritoneale che fanno la dialisi al proprio domicilio sono meno esposti al contagio. Vale per tutti, comunque, la raccomandazione di mettere in atto tutte le misure di prevenzione: mascherina, distanziamento sociale, igiene meticolosa delle mani e delle superfici.

 

I pazienti nefropatici, per il complesso quadro clinico, fanno uso di numerosi farmaci nessuno dei quali è controindicato o influisce a determinare una maggior predisposizione a contrarre l’infezione da Covid. Al contrario, l’aderenza alle prescrizioni terapeutiche risulta particolarmente raccomandata perché un efficace controllo di ogni patologia rende meno determinante il ruolo negativo delle varie comorbidità.

 

La vaccinazione sarà l’intervento risolutore. Nell’ambito di un piano vaccinale nazionale che assegna vari gradi di priorità, i soggetti con insufficienza renale cronica ed in particolare i dializzati sono sicuramente una categoria fragile, a rischio, che potrebbe rientrare fra quelle da trattare con priorità. La nefropatia non rappresenta una controindicazione per la vaccinazione un fattore che può condizionarne negativamente l’esito o predisporre a effetti avversi. I dializzati vengono già vaccinati di routine, senza problemi e con indubbi vantaggi, nell’ambito del programma di prevenzione contro l’epatite virale tipo B e l’influenza.

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Per quanto riguarda il trapianto renale (le stesse considerazioni valgono anche per tutti gli altri tipi di trapianto) il Covid non rappresenta un impedimento. Certamente, nel corso del 2020 si è registrata una riduzione del numero delle donazioni e dei trapianti, legato a problemi organizzativi e diagnostici di tutta la rete ospedaliera, specie nel corso della passata primavera. Ora le difficoltà sono state superate ed il trapianto si conferma una terapia risolutiva per tante gravi patologie d’organo. Certamente il paziente in terapia immunosoppressiva è un paziente ad alto rischio ma, ancora una volta, anche a costo di essere ripetitivi, bisogna rinnovare le solite raccomandazioni relative all’uso delle mascherine, al distanziamento sociale, all’igiene meticolosa delle mani e delle superfici. Il paziente in attesa di un trapianto deve essere sempre pronto a rispondere alla chiamata, non può permettersi di perdere il treno che passa, mentre quello già trapiantato non deve dimenticare che la terapia immunosoppressiva lo rende più esposto all’infezione ma non gli deve precludere una vita normale.

 

(ph: Shutterstock)