Federica Cudini: “L’e-bike non è la bici di chi non ce la fa. È esattamente il contrario”

La Marketing Manager di Bosch eBike Systems Italia racconta come è cambiato il profilo di chi sceglie la pedalata assistita e perché la bici elettrica sta diventando un'infrastruttura

13 Luglio 2026 a cura di
Federica Cudini: “L’e-bike non è la bici di chi non ce la fa. È esattamente il contrario”

Ci sono persone che hanno passato un decennio a smontare un pregiudizio. Federica Cudini è una di queste. Da undici anni lavora per convincere l’Italia che la bicicletta elettrica non è un ripiego per chi non ha più gambe, ma una scelta intelligente — e, sempre più spesso, la prima scelta. Come Marketing Manager di Bosch eBike Systems Italia ha visto il mercato trasformarsi sotto i suoi occhi: da nicchia tecnologica per pochi appassionati a fenomeno che oggi parla a un ecosistema molto più ampio. Il 2026 è un anno di accelerazione netta — dal performance upgrade 2.0 lanciato a maggio, all’integrazione con Garmin, fino alla nuova protezione antifurto digitale presentata al CES di gennaio. Segnali di un settore che non si rivolge più solo agli sportivi.

Dal motorsport alla pedalata assistita

Il suo non era un destino scontato. «Vengo da un settore un po’ in antitesi: il motorsport. In Bosch mi occupavo di marketing per i prodotti legati alla guida autonoma, all’assistenza alla guida e alla sicurezza a bordo dei veicoli». Poi, un giorno, la finestra si apre: le chiedono se le interessa passare dai motori rumorosi a quelli un po’ più silenziosi. Era il 2015, il settore muoveva i primi passi. «Mi sono appassionata subito. Coniugare la tecnologia a qualcosa che riguardasse il tempo libero e il divertimento è stata una sfida entusiasmante». Undici anni dopo, lo stesso entusiasmo.

E la usa davvero, la bici? Con onestà: viaggia molto per lavoro, spesso in auto. Ma è nel tempo libero che l’e-bike le ha cambiato il rapporto con il movimento. «Una volta non uscivo in bicicletta, nemmeno per la passeggiata domenicale. Oggi, grazie alla e-bike, ho cambiato le mie abitudini: faccio in bici quello che prima avrei fatto in macchina».

 

Un mercato che ha cambiato pelle

Dopo l’esplosione anomala degli anni Covid è arrivato un rallentamento generale, e il settore ha dovuto assestarsi. Ma la e-bike, in tutto questo, ha mostrato una resilienza diversa.

«Le e-bike hanno continuato a crescere, anche se di poco, e soprattutto a intercettare nuovi utenti con nuovi bisogni: mobilità urbana, turismo esperienziale, benessere, commuting. Oggi non parliamo più di una nicchia sportiva».

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C’è un dato che fotografa il cambiamento, portato da Paolo Pinzuti nella scorsa puntata di Fruscio Talks e attribuito all’ADFC, la federazione ciclistica tedesca: il nuovo cicloturista non parte più da casa con la propria bici, arriva in una destinazione e la scopre lì. Unioncamere conferma un aumento di oltre il 47% dei noleggi in Italia negli ultimi cinque-sei anni. Un’inversione che ha ridisegnato la strategia di Bosch. «Il primo contatto con la bici avviene sempre più attraverso un’esperienza emotiva e accessibile: una vacanza, un tour guidato, una giornata in montagna. Per noi questo ha significato lavorare non solo sul prodotto, ma sull’intero ecosistema: territori, ospitalità, noleggi, infrastrutture».

 

Chi è, oggi, l’e-biker

La domanda sull’identikit ha una risposta che la fa sorridere: non esiste più. «Quando la e-bike si affacciava sul mercato si pensava fosse una bici per persone più anziane, semplicemente perché avevano più tempo. Oggi la scelgono sia chi torna a fare attività fisica dopo anni, sia chi decide di lasciare l’auto a casa». La fascia si allarga dai 35 ai 60 anni, ma il segnale più interessante arriva dal basso: l’età media si abbassa, e Bosch sta studiando il target dei teenager. «Sono molto probabilmente il nostro riferimento per il futuro. Se potessimo tornare ai quattordici, quindici, sedici anni, la e-bike sarebbe un grandissimo strumento di libertà». Con un’avvertenza: molto dipenderà dalle normative.

 

Il territorio come ecosistema

Bosch lavora con i territori dal 2015 — Val Gardena, Riva del Garda, il Finalese, la Toscana, il Piemonte, tutto l’arco alpino. Il comune denominatore di ciò che funziona è uno solo.

«Non basta avere i percorsi. Serve una visione condivisa: infrastrutture, punti di ricarica, ciclovie e sentieristica segnalata, servizi di noleggio, strutture ricettive pronte ad accogliere chi arriva in bici. Ma soprattutto una formazione specifica per gli operatori, e la capacità di comunicare in modo coerente.»

Il progetto di cui va più fiera risale a sette-otto anni fa, in Val di Fassa: una rete di circa quaranta colonnine di ricarica lungo tutta la sentieristica della valle. La scelta vincente non è stata dove metterle, ma presso chi: non lungo le ciclovie, ma negli esercizi commerciali, dai noleggi alle malghe. «Così ogni attività che fa vivere il territorio è diventata parte integrante del sistema di mobilità. Abbiamo fatto sistema, davvero, insieme all’APT e a tutti gli operatori».

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C’è però anche il rovescio della medaglia, e Federica lo dice senza giri di parole. La e-bike ha democratizzato l’accesso alla montagna e al mare, ha reso possibili esperienze prima impensabili. «Ma aumentano i flussi. Servono gestione degli spazi, educazione, una cultura della convivenza sui sentieri tra chi va a piedi e chi pedala. La tecnologia da sola non basta: va accompagnata». I dati sul cicloturismo di ISNART e Legambiente continuano intanto a confermare la e-bike come motore economico dei territori.

 

Una questione di salute pubblica

L’inattività fisica costa all’Europa circa 350 miliardi di euro l’anno. Qui la e-bike smette di essere un tema di mercato e diventa una risposta concreta — e non solo per gli sportivi.

«Anche per chi non fa sport, la e-bike combina il movimento con la necessità quotidiana di spostarsi. È un mezzo potente.»

Non sono parole di circostanza: Bosch l’ha sperimentato sul campo. Con una squadra di atleti diabetici si sono visti benefici concreti sull’abbattimento dei livelli di insulina; in percorsi di riabilitazione dopo un intervento chirurgico al ginocchio, i tempi di recupero si sono ridotti quasi del 40%.

«Se le persone fossero in buona salute, i costi della sanità pubblica potrebbero abbassarsi notevolmente. Ne gioverebbe tutto il sistema».

 

Dalla tecnologia all’infrastruttura

Tra le iniziative che la convincono di più, il Bike to School occupa un posto speciale: «Investiamo sui bambini e sui ragazzi, e così costruiamo una cultura della mobilità urbana diversa nelle persone che domani si sposteranno per andare a lavorare». Ma la visione di fondo è un’altra, e riguarda il modo stesso di pensare la bicicletta.

«Bosch sta trattando la bicicletta come un’infrastruttura urbana, come un asset fondamentale. La bici è connessa a un sistema molto più ampio, fatto di infrastrutture e servizi.»

Due esempi lo raccontano meglio di ogni slogan. L’ABS montato sulle bici nasce da un’osservazione controintuitiva: «Chi si avvicina per la prima volta alla bici ha paura non tanto di pedalare, ma di frenare». E l’antifurto digitale presentato al CES di gennaio affronta il vero primo ostacolo all’acquisto, oltre al prezzo: la paura del furto. Un lucchetto digitale che si integra a quello tradizionale blocca motore e batteria  quando la bici non è in uso, e in caso di furto consente monitoraggio. in tempo reale e tracciamento dei componenti — segnalati nel sistema, così da renderli invendibili sul mercato parallelo. La bici elettrica come infrastruttura urbana, non più solo come prodotto.

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I prossimi cinque anni

Scenario ottimistico e scenario realistico, chiediamo. «Nell’ottimistico, vedo la e-bike diventare completamente normale nella vita di tutti i giorni. Nel realistico, una crescita costante soprattutto nelle città di media grandezza, e una grande opportunità per il turismo».

Ma la vera svolta, per Federica, è culturale prima che tecnologica.

«Arriverà quando smetteremo di considerare la e-bike un’alternativa alla macchina e inizieremo a pensarla come parte naturale del nostro muoverci. Non un elemento aggiuntivo, ma la prima scelta della quotidianità.»

Ai tre elementi per sbloccare il potenziale del mercato — infrastrutture, cultura, normativa — ne aggiunge un quarto, decisivo: la continuità. «Non bastano le attività spot: un anno c’è l’incentivo, poi per un anno più niente. Servono politiche e investimenti che durino, non di una sola stagione». E manca, dice, una regia nazionale: troppi progetti sono lasciati alle volontà regionali e comunali, quando servirebbe un disegno unico.

Il Fruscio di Federica: presenza

L’ultima domanda è sempre la stessa: quel momento in cui smetti di pensare e inizi a sentire davvero. Per Federica arriva in salita, nei boschi, quando la concentrazione sullo sforzo azzera tutto il resto.

«Si abbassa totalmente il rumore mentale. Non ho più la giornata, il lavoro, la casa: diventa un momento mio, col mio corpo e col mio respiro. Lo chiamerei presenza. È il momento in cui sento di esserci».

 

 

Fruscio Talks è la rubrica di interviste di Fruscio dedicata al futuro della bicicletta, della mobilità e del benessere su WebSalute. Living. Moving. Nature

 

(ph: Imagoeconomica)