“Dead Man Walking” e il cinema della pena capitale

Il film più lucido e doloroso sull’argomento

1 Ottobre 2026 a cura di
“Dead Man Walking” e il cinema della pena capitale

Ci sono notizie che sembrano già scritte per il cinema. Non perché abbiano qualcosa di spettacolare, ma perché contengono al loro interno un paradosso talmente potente da apparire frutto di una sceneggiatura. Quella arrivata dagli Stati Uniti nelle ultime ore è una di queste.

Una condannata a morte sopravvive a due iniezioni letali negli Stati Uniti.

Christa Pike, 50 anni, detenuta nel braccio della morte in Tennessee e condannata alla pena capitale nel 1996 per l’omicidio della diciannovenne Colleen Slemmer, secondo quanto riferito dai suoi legali è sopravvissuta a due iniezioni letali durante l’esecuzione. Trasferita in ospedale e sottoposta a un intervento salvavita dopo la somministrazione di pentobarbital, si trova ora al centro della richiesta dei suoi avvocati di sospendere l’esecuzione.

Una notizia che che riporta alla memoria il lungo rapporto tra cinema e pena capitale. Da Non voglio morire! a Il miglio verde, passando per Kieslowski e Ōshima, fino a quello che resta, a mio avviso, il film più lucido e doloroso sull’argomento: Dead Man Walking di Tim Robbins.

Quando il cinema entra nel braccio della morte

Il rapporto tra cinema e pena capitale attraversa epoche, generi e cinematografie differenti. E non potrebbe essere altrimenti. Pochi momenti possiedono una forza cinematografica paragonabile all’attesa di una morte della quale si conoscono giorno, ora, luogo e modalità.

Il conto alla rovescia, la cella, il corridoio, l’ultimo pasto, l’arrivo dei testimoni, i rituali burocratici, il boia – o la sua moderna trasformazione in personale medico e penitenziario – e infine l’esecuzione. Il cinema ha trasformato tutto questo in un vero e proprio immaginario.

Già nel 1958 Robert Wise dirige Susan Hayward in Non voglio morire! (I Want to Live!), ispirato alla vicenda di Barbara Graham, condannata alla camera a gas in California. È uno dei titoli fondamentali del filone, costruito attorno all’attesa dell’esecuzione e alla figura della condannata, e consegna alla Hayward il ruolo che le farà conquistare l’Oscar.

Pochi anni dopo è un autore radicale come Nagisa Ōshima a rovesciare completamente il punto di vista. In Death by Hanging (L’impiccagione, 1968) accade qualcosa che oggi assume una sinistra familiarità: un condannato sopravvive all’esecuzione. Da quel momento il rituale giudiziario si trasforma in una grottesca macchina dell’assurdo, mentre le autorità cercano di capire come procedere. Il patibolo diventa così teatro dell’assurdo e strumento attraverso il quale Ōshima mette in discussione il meccanismo stesso dell’esecuzione.

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Vent’anni dopo, nel 1988, Krzysztof Kieslowski realizza Breve film sull’uccidere, espansione cinematografica del quinto episodio del Decalogo. Prima assistiamo a un omicidio brutale, insensato, quasi insostenibile; poi all’esecuzione dell’assassino. Due morti diverse per motivazioni, contesto e responsabilità, che Kieslowski mette cinematograficamente in relazione senza concedere allo spettatore una comoda distanza morale.

E poi c’è Hollywood. C’è il carcere de Il miglio verde (1999) di Frank Darabont, tratto da Stephen King, dove il braccio della morte diventa luogo del fantastico e del soprannaturale. C’è Fino a prova contraria (True Crime, 1999) di Clint Eastwood, costruito come una corsa contro il tempo per impedire l’esecuzione di un uomo che potrebbe essere innocente. E c’è The Life of David Gale (2003) di Alan Parker, che fa della pena capitale il centro di un thriller fondato sul dubbio, sulla manipolazione e sul rapporto tra verità e giustizia.

Titoli molto diversi tra loro, accomunati però dalla medesima domanda cinematografica: che cosa accade quando la morte smette di essere imprevedibile e diventa una procedura?

È proprio qui che, nel 1995, arriva Dead Man Walking, al quale farà seguito, l’anno successivo, sull’onda del successo di critica e pubblico riscosso dal film di Tim Robbins, Difesa ad oltranza (Last Dance, 1996), ambientato nel carcere femminile e che vede protagonista Sharon Stone per la regia di Bruce Beresford.

“Dead man walking”

Il titolo contiene già tutto. “Dead man walking”: uomo morto in marcia. È la formula che accompagna Matthew Poncelet (Sean Penn) nel percorso dalla cella alla stanza dell’esecuzione. È vivo, cammina, respira. Eppure, per il sistema che lo sta accompagnando verso la morte, è già morto.

Tratto dal libro autobiografico di suor Helen Prejean, Dead Man Walking – Condannato a morte mette al centro l’incontro tra la religiosa, interpretata da Susan Sarandon, e Matthew Poncelet, interpretato da Sean Penn, detenuto nel braccio della morte della Louisiana per il brutale assassinio e stupro di una coppietta, assieme al suo compagno di “bravate” Vitello, condannato all’ergastolo, contrariamente a Poncelet.

Ma considerare Dead Man Walking semplicemente “un film sulla pena di morte” è riduttivo.

Quello diretto da Robbins è soprattutto un film sulla responsabilità. Ed è probabilmente questa la ragione per cui, a più di trent’anni dalla sua realizzazione, conserva una forza che molti altri titoli sullo stesso argomento non possiedono.

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Nessun innocente da salvare

Tim Robbins compie infatti una scelta essenziale: non costruisce la propria storia attorno alla facile identificazione con un innocente. Matthew Poncelet non è John Coffey de Il miglio verde. Non è il condannato che aspetta soltanto che qualcuno scopra l’errore giudiziario e arrivi all’ultimo secondo per aprire la porta della cella. È un personaggio respingente, provocatorio, razzista, aggressivo, arrogante. Sean Penn gli presta uno sguardo che oscilla continuamente tra sfida e paura, senza cercare scorciatoie per renderlo “umano” agli occhi dello spettatore. Ed è qui che Dead Man Walking trova la propria grandezza. Perché Robbins costringe chi guarda a confrontarsi contemporaneamente con due realtà: il crimine e la pena. Non cancella mai le vittime per raccontare il carnefice. I genitori dei ragazzi assassinati non sono figure accessorie, necessarie soltanto a far avanzare la sceneggiatura. Il loro dolore occupa uno spazio preciso e ingombrante nel film. Suor Helen stessa deve fare i conti con quella sofferenza e con l’accusa, neppure troppo implicita, di aver rivolto la propria compassione all’assassino dimenticando chi è stato assassinato. È uno dei motivi per cui il film evita la retorica. Robbins non assolve Poncelet. E soprattutto non chiede allo spettatore di farlo.

Poi c’è Sean Penn. Difficile separare Dead Man Walking dalla sua interpretazione. Per gran parte del film Matthew tenta di mantenere il controllo sulla propria immagine. Provoca, nega, ostenta sicurezza, si professa innocente addossando colpe a Vitello, al crac e allo sballo. È come se persino nel braccio della morte continuasse a recitare il personaggio che si è costruito.

E poi c’è il fattore temporale. Il tempo stringe, la camera inquadra più volte lo scorrere delle lancette sull’orologio. Le ore diventano minuti. E mentre l’esecuzione si avvicina, quella corazza comincia progressivamente a sgretolarsi nel corso dei colloqui con Suor Helen che avrà il difficile compito di assisterlo spiritualmente fino al momento dell’esecuzione, cercando in lui il perdono.

Penn lavora per sottrazione. Sono gli occhi, le pause, i piccoli cedimenti a raccontare la trasformazione di un uomo che comprende che, questa volta, non esiste una via d’uscita. La sua interpretazione gli vale la candidatura all’Oscar; Susan Sarandon, singolare nel ruolo di Helen Prejean, vince invece la statuetta come migliore attrice protagonista. Ma è soprattutto nel rapporto tra i due che il film trova il proprio equilibrio. Helen non cerca l’innocenza di Matthew. Cerca la verità, che passa inevitabilmente dal riconoscimento del male compiuto e dalla confessione, a lei, dei crimini commessi quella notte.

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Gli ultimi minuti

È nell’ultima parte che Dead Man Walking diventa qualcosa di più di un grande film carcerario. Robbins mette in scena l’esecuzione come un rituale. Non servono esasperazioni. Non serve trasformare il personale del carcere in un gruppo di aguzzini. È proprio la normalità della procedura a produrre l’effetto più disturbante.

Il condannato viene preparato, accompagnato, immobilizzato. I testimoni prendono posto. Le famiglie osservano. L’apparato procede. Ed è forse questa dimensione burocratica della morte a rendere la sequenza così difficile da dimenticare. Robbins compie inoltre una scelta di montaggio decisiva: mentre Poncelet si avvicina alla morte, il film torna al delitto. Il passato irrompe nel presente e impedisce qualsiasi forma di santificazione o compassione per il condannato.  Vediamo ciò che ha fatto, le vittime, il dolore. E vediamo l’uomo che sta per essere ucciso. Eppure, dinnanzi a tutto questo, resta impossibile non immedesimarsi in quel frangente con Poncelet e con la sua morte spettacolare, dinnanzi agli occhi di una madre distrutta nel vedere quel figlio vivo per ancora qualche secondo. Tutto si muove nello stesso spazio morale.

Il cinema e l’uomo che aspetta di morire

Forse è proprio per questo che, tra i molti film che hanno affrontato la pena capitale, Dead Man Walking rimane, a parere di chi scrive, il migliore. Non perché offra una risposta più semplice delle altre. Anzi. Lo è proprio perché rifiuta di eliminare dal quadro ciò che disturba la nostra posizione di spettatori. Non c’è un innocente dietro le sbarre al quale aggrapparsi. Non c’è un mostro privo di umanità che renda tutto più semplice. Non vengono dimenticate le vittime e non viene nascosto il crimine. Ma, nello stesso tempo, la macchina dell’esecuzione viene osservata fino all’ultimo gesto, con una precisione quasi clinica.

Dead Man Walking, anche trent’anni dopo (all’epoca l’iniezione letale era falsamente passata come una pratica indolore e più umana rispetto alla sedia elettrica o la camera a gas, ma il film di Robbins ben denuncia l’ipocrisia di questa macchina della morte), resta dannatamente attuale. Ed ecco perché non solo merita di esser visto, ma deve essere visto.