Non c’è ombra di dubbio che il periodo che stiamo vivendo sia qualche cosa di assolutamente straordinario rispetto alla quotidianità alla quale ci eravamo abituati.
E non c’è dubbio che la rottura di questa routine abbia messo in discussione certezze e sicurezze in ciascuno di noi: quelle certezze e quelle sicurezze che sembravano proteggere un’identità costruita principalmente sul “fare” e confermata dal consenso che, attorno a quel fare, abbiamo da sempre cercato.
In pochi mesi quella nostra solida certezza di “chi sono”, radicata sul “cosa faccio” è stata messa in discussione dall’infinitamente piccolo, da qualche cosa che non ha neppure la dignità d’essere denominato “cellula” perché, biologicamente, ne è, di fatto, un frammento, da un parassita che entra nella nostra struttura e ne mina alla base la solidità.
Questo virus è proprio la metafora di tutte le “paure” ataviche, depositate nel nostro cervello rettiliano: paura della “contaminazione” che mette a rischio dal di dentro la nostra integrità; paura della “povertà” fisica ed economica che la nostra società ci ha sempre insegnato a rifuggire, paura dell’”ignoto” e dell’”invisibile” che potrebbe nascondersi in qualsiasi luogo e che non possiamo controllare (quindi paura dell’”incontrollabile”), paura della “morte” come limite ineludibile posto alla nostra sete di eternità. Insomma: questa pandemia ha scoperchiato il vaso di pandora delle nostre paure più profonde generando in ciascuno un senso di insicurezza che parla attraverso una sintomatologia: diversa per ognuno, ma, alla fine, comune a molti.
Ciò che accade è che nel mio studio arrivano sempre più spesso persone che presentano stati d’ansia (definita “generalizzata” dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali meglio noto come Dsm), attacchi di panico e forme d’insicurezza nell’affrontare tutte quelle piccole cose che fino a qualche mese fa sembravano “abitudini” e che ora appaiono come montagne difficilissime da scalare. La convivenza forzata dei componenti delle famiglie (mariti, mogli, conviventi, figli, nonni, …) rischia di esasperare situazioni latenti da anni che la frenesia della vita “normale” (quella pre-Covid per intenderci, della quale sarà il caso di valutare il carattere di “normalità”) aveva “normalizzato”, appunto. L’impossibilità di potersi muovere, spostare, “andare”, scatena forme di claustrofobia spesso difficili da gestire da soli. La mancanza di momenti di socialità, prima dati per scontati, slatentizza forme di solitudine fino a ieri coperte dalle tante cose da fare.
In realtà tutte queste forme di disagio hanno una radice non tanto nel “qui e ora”, nella situazione che stiamo vivendo, ma attingono la propria forza (nefasta) dal nostro passato, dal modo che abbiamo “imparato” quando eravamo piccini di stare a questo mondo, facendo in modo che le figure di riferimento adulte potessero darci nutrimento: sia fisico che emotivo.
Ciò che la psicoterapia può fare è di tornare, assieme al paziente, alla “sorgente” di quel modo di vivere, scoprendo che ciò che andava bene “lì ed allora”, non è più funzionale ed ecologico oggi e che, proprio quello che sta succedendo ora, non ha nulla di tragico se non il fatto che funziona da “elastico” (per usare un termine caro ad Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, orizzonte dentro il quale si sviluppa l’indirizzo integrativo al quale mi rifaccio nell’esercizio della mia professione) che ci riporta alla scena arcaica con tutto ciò che questo significa in termini di insorgenza di sintomi i quali, se ben decriptati, possono essere una grande risorsa per la soluzione di molti casi.
Niente di magico, dunque, ma l’utilizzo di protocolli e di tecniche che consentano di percorrere a ritroso pezzi della nostra storia in situazione protetta, accompagnati da una figura di riferimento (il terapeuta, appunto) che funge da “catalizzatore”. Come nelle reazioni chimiche il catalizzatore non fa altro che favorire l’accadere di una reazione senza entrarvi attivamente, ritrovandolo intatto alla fine della reazione stessa, così il terapeuta si mette a disposizione perché ciò che accadrebbe comunque (naturalmente!) dentro al paziente, possa essere in qualche modo “attivato”, sbloccato se vogliamo (molti pazienti arrivano dicendo “ho un blocco e non capisco che cosa sia”).
E la cosa straordinaria è che questi processi provocano delle modificazioni “plastiche” del nostro cervello. Così come gli psicofarmaci lo fanno “tatticamente” per risolvere in velocità sintomatologie complesse che compromettono la vita quotidiana dei pazienti, ma spesso senza dare giovamenti “duraturi”, la psicoterapia lo fa in maniera “strategica” favorendo modificazioni permanenti di parti intere del cervello come è ampiamente evidenziato da tutta una serie di ricerche che utilizzano forme avanzate di video imaging.
Quindi, volendo leggere in prospettiva costruttiva un evento che, volenti o nolenti, siamo chiamati a vivere, direi che potremmo definirla una opportunità per mettere ordine in alcune cose che sono rimaste sospese e che la vita pre-Covid aveva in qualche modo silenziato, ma che ora, palesandosi, chiedono risposte.
(ph: Shutterstock)




