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Dall'Italia

Covid, comitato vittime a Meloni: «Ok commissione d’inchiesta, ma dobbiamo sedere al tavolo»

Merico: «Positivo che se ne parli, negativo che non vengano coinvolte da subito le associazioni»

26 Ottobre 2022

«Che si faccia la Commissione d’inchiesta è positivo, mi domando: l’appoggeranno Forza Italia e Lega che erano al governo? È un annuncio, anche se i titoli sui giornali fanno pensare che sia stata già depositata. Diamo fiducia. Positivo che se ne parli, negativo che non vengano coinvolte da subito le associazioni e i comitati dei cittadini. Chiediamo di sedere a quel tavolo». A parlare con l’agenzia Dire, commentando l’annuncio dato ieri nel suo discorso di fiducia alla Camera dalla premier Giorgia Meloni sulla necessità di fare chiarezza sulla gestione della pandemia, è Luca Merico, presidente del Comitato nazionale familiari vittime Covid che da sempre chiede una maxinchiesta su quanto accaduto in Italia sull’emergenza sanitaria Covid.

 

«Il nostro Comitato non esclude nessuno  ̶  tiene a sottolineare il presidente  ̶  nemmeno i danneggiati da vaccino. Chiediamo espressamente una Commissione da tempo, ma non vogliamo essere solo auditi come in Veneto. Siamo una parte sociale, siamo l’altra voce di questa storia e da noi chi si iscrive deve aver almeno presentato un esposto», precisa Merico che degli eroi del Covid parla pensando solo ai pazienti e alle condizioni in cui sono morti. Tra questi sua madre, di 70 anni, entrata in ospedale a Taranto, al SS. Annunziata, per un’ustione alla mano e morta di Covid a Grottaglie tre giorni dopo la data annunciata ai suoi familiari per le dimissioni.

 

Sui sanitari il presidente del Comitato vittime non fa sconti: «”Ho fatto quel che dovevo” non vale per tutti. Tanti sanitari erano con noi, anche coloro che erano fuoriusciti per il vaccino o dai protocolli adottati poi, quando siamo diventati comitato, si sono ritirati. Non esistono gli eroi se non chi è morto di Covid e bisogna fare chiarezza: c’è chi ha commesso reati  ̶  denuncia Merico  ̶  sappiamo di costrizioni a letto e sedativi dati con leggerezza, e veniva tutto cancellato sulle cartelle cliniche. Ho visto migliaia di cartelle con pagine mancanti, cancellazioni, parti di un malato su un altro malato o dichiarazioni non corrispondenti al vero: come paziente sovrappeso di chi non lo era affatto».

 

Allo stesso modo si esprime sul “protocollo tachipirina e la vigile attesa”: «I medici di base non erano preparati, non venivano a casa, qualcuno dava qualche antibiotico e quando il malato arrivava in ospedale era già compromesso. Questo Covid è stato catalizzatore di tante cose. Oxfam l’ha definita la pandemia delle diseguaglianze e al Sud posso dire che le classi più colpite sono state quelle meno preparate economicamente e culturalmente. Taranto era come Kabul – continua nel suo racconto – e nell’ospedale dove si è contagiata sua mamma “ho visto con i miei occhi che non c’erano misure effettive anticontagio. Nell’ascensore Covid passava la biancheria, ad esempio».

Per non parlare delle misure per cui «al concerto affollati sì, ma sul mezzo pubblico con la mascherina, ma chi c’era in questo comitato scientifico?», domanda con ironia. Lui, da presidente, e tutto il Comitato, non vogliono fermarsi e arrivano a chiedere che sia riconosciuto il reato di tortura per chi, come sua madre che sentiva al telefono, «per due giorni non è riuscita a bere perché nessuno le passava una bottiglia d’acqua», come racconta.

 

Fonte: Dire

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