Bologna

Covid: al Sant’Orsola di Bologna primo trapianto al mondo da paziente positivo a negativo

La dg Gibertoni: «Non era scontato quello che è successo, è stata un'impresa»

10 Giugno 2021

«È sicuramente un’impresa, non era scontato quello che è successo». La direttrice generale del Sant’Orsola di Bologna, Chiara Gibertoni, non nasconde l’orgoglio del Policlinico per il primo trapianto al mondo di un organo proveniente da un donatore Covid positivo a un paziente negativo: l’intervento è stato effettuato il 26 aprile in favore di un bolognese di 64anni, che ha ricevuto il cuore di un giovane donatore. Poche settimane dopo anche al Bambino Gesù di Roma è stato eseguito un trapianto (sempre di cuore) da donatore positivo al Covid, in questo caso in favore di un 15enne.

 

«Anche questo ospedale rialza la testa dopo anno e mezzo davvero molto impegnativo, come saranno anche i prossimi mesi. Non ci siamo mai fermati e anche sui trapianti abbiamo lavorato sodo», sottolinea Gibertoni in conferenza stampa: «Si confermano le potenzialità del Sant’Orsola non solo di essere un riferimento regionale ma anche di proiettarsi sul palcoscenico internazionale». Si tratta di estendere «l’attività di trapianto su scenari che fino a oggi erano stati limitati ed è un’attività di bilanciamento del rischio che oggi più che mai dev’essere fatta in relazione anche alla disponibilità di organi  ̶  continua Gibertoni  ̶  che per fortuna non è così frequente, anche se c’è ancora margine per crescere sull’aspetto donativo». Si tratta di «rendere disponibile qualsiasi organo anche affrontando dei rischi aggiuntivi e noi siamo pronti alla sfida», assicura la direttrice.

 

«Bisogna aumentare i trapianti perché abbiamo tanti pazienti in lista quindi cerchiamo di prendere tutte le donazioni proposte. Quest’anno ci siamo riusciti, abbiamo avuto un’accettabilità del 100% ed è una grossa conquista, però bisogna sempre tenere a mente il bilanciamento rischi-benefici», sottolinea il direttore della Cardiochirurgia, Davide Pacini.

 

«Ammetto che ero un po’ timorosa di proporre la possibilità di fare un trapianto con un donatore di questo tipo», racconta la cardiochirurga che ha effettuato l’intervento, Sofia Martin-Suarez, aggiungendo che lo stesso paziente «era molto spaventato»: più per la possibilità di essere contagiato dal Covid che per il trapianto. Ma proprio le condizioni del 64enne, affetto da cardiomiopatia amiloidotica, hanno spinto i medici a chiedere una deroga al Centro nazionale trapianti: «Il ricevente era veramente agli ultimi giorni di vita», spiega Martin-Suarez, dopo un ricovero che durava dal 2 febbraio e senza possibilità di dimissioni. Al contempo, era in condizioni “eccellenti” il cuore a disposizione: apparteneva ad un uomo giovane deceduto per un raro caso di ascesso cerebrale derivante da ascesso dentale. Il donatore era stato positivo al Covid e risultava negativizzato, ma senza che fossero trascorsi tutti i 15 giorni di controllo.

 

Il Covid dava dunque «un rischio contenuto e che comunque saremmo stati pronti a gestire», afferma la cardiochirurga. Una volta ottenuto il via libera all’utilizzo del cuore, «dal punto di vista procedurale si è trattato di un trapianto standard ma il punto forte è stato tutto il lavoro precedente», sottolinea Martin-Suarez. Uscito dalla sala operatoria, il 64enne «un po’ di preoccupazione ce l’aveva ma ha visto che tutto era andato bene e poi è subentrata la preoccupazione del rigetto e delle infezioni: con lui del Covid non si è più parlato». L’uomo è tornato a casa l’1 giugno in buone condizioni di salute e proprio ieri è tornato al Sant’Orsola per una visita di controllo.

 

Fonte: Dire

(ph: Shutterstock)

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