A distanza di oltre un anno, è ormai normato il nuovo sistema di accesso ai luoghi pubblici, sia al chiuso che all’aperto. Quanto violentemente imposto dalla pandemia da SARS-CoV-2, che dal febbraio 2020 ha stravolto il mondo e rivoluzionato in tempi rapidissimi comportamenti individuali e collettivi, è infatti quello che oggi si può ritenere il nuovo regolamento per la “normale” convivenza.
Se inizialmente si era abituati a considerare la mascherina chirurgica un dispositivo di protezione individuale riservato esclusivamente a determinate categorie professionali, operatori sanitari su tutti, ad oggi questa è divenuta il nostro principale “lasciapassare” per l’accesso ai luoghi aperti al pubblico o anche solo per oltrepassare la soglia di casa. Un cambiamento radicale e storico che prevede, tra le altre, il rispetto delle norme principali ad oggi previste per l’inclusione sociale: igienizzazione delle mani, distanziamento e temperatura corporea inferiore a 37,5°.
Ma se le misure di contenimento di diffusione del virus si possono ormai considerare assorbite a pieno regime dal tessuto sociale, non si può eludere che siano state comunque recepite attraverso una lezione che difficilmente si potrà dimenticare. Già solo per i duri colpi inflitti a livello di perdite umane, ma anche per la pressione ospedaliera alla quale il sistema sanitario globale ha dovuto far fronte come mai prima d’ora. E ancora, non si può non considerare il tracollo economico e del comparto lavorativo indotto dal lockdown prima, e dalle varie misure restrittive poi. Una lezione costata un caro prezzo, quindi. E della quale ancora, il sistema sanitario soprattutto, sta pagando lo scotto con le terapie intensive che in larga parte sul suolo nazionale registrano numeri d’ingresso elevati, ma anche per via della sospensione delle attività ambulatoriali “non urgenti” e del conseguente slittamento e accumulo di visite, interventi e prenotazioni.
La lenta ripartenza ha riportato nelle corsie e nei corridoi delle strutture ospedaliere i pazienti, che ne frattempo hanno fatto proprie le nuove norme di accesso ai locali pubblici, seppur con qualche difficoltà di adeguamento e ricezione delle stesse. Quella lezione dettata dal Covid, di cui sopra, infatti ha simboleggiato una vera e propria “educazione” alla condivisione degli spazi pubblici. Nulla è né sarà più come prima, quindi. E se il vaccino o altre terapie risultate efficaci rappresentano delle vere e proprie armi contro il virus, ancor più lo è la responsabilità individuale e con essa quella collettiva, supportata da un’ampia campagna di screening e prevenzione. Da qui infatti l’esigenza, per la riapertura delle strutture sanitarie, ma non solo ovviamente, di fare propri e soprattutto garantire altrui tutti gli standard di sicurezza più elevati.
Ecco perché la sanità nazionale ha necessariamente dovuto rispondere, per la tutela dell’ambiente, a questi standard qualitativi. Ecco dunque che lo stesso accesso ai reparti o comunque alla struttura in generale è stato rimodulato, previa misurazione della temperatura, igienizzazione delle mani, rispetto del distanziamento, rigoroso utilizzo dei dpi e adottando l’ingresso contingentato e limitato alle sole persone interessate.
Sicurezza e responsabilità sono termini e concetti che hanno vissuto e stanno vivendo una rivalutazione senza precedenti. A conferma del fatto che il bene più prezioso resta sempre e solo la nostra salute.
(ph: Shutterstock)




