Covid-19, la relazione medico-paziente in fase pandemica

Empatia e tecniche di ascolto attivo come coadiuvanti della telemedicina

8 Novembre 2020 a cura di
Covid-19, la relazione medico-paziente in fase pandemica

L’emergenza causata dalla pandemia ha dato una forte spinta alla telemedicina mettendo in luce l’urgenza e la necessità di sviluppare una medicina in itinere, sempre più integrata e sul territorio, per dar vita a forme di assistenza dirette, a casa del paziente, a portata di Pc o smartphone.

 

Grazie alla evoluzione della tecnologia oggi è infatti possibile seguire e curare anche a distanza il paziente, soprattutto se affetto da patologie croniche, patologie che vanno costantemente monitorate, in quanto possono subire una evoluzione in breve tempo. La medicina del futuro sarà sempre più multitasking, molti la definiscono già la medicina delle quattro P: Personalizzata, Predittiva, Preventiva e Partecipativa.

 

Con il supporto di informazioni e i dati raccolti attraverso la Telemedicina si può curare oggi anche a distanza tante patologie croniche, ma non si deve perdere di vista la dimensione emozionale e culturale della cura, il rispetto dell’individualità, l’aspetto etico. L’evidenza scientifica che governa la raccolta dei dati e i protocolli clinici, deve interagire e integrarsi con un attento studio delle esigenze e della personalità del paziente in cui entrano la componente soggettiva, la lettura e l’interpretazione che egli fa della patologia di cui soffre.

 

Con la telemedicina anche la relazione con il paziente deve diventare un’attività in continuum, in quanto  non si esaurisce con il rapporto vis-à-vis ma si estende nel tempo. Cambia lo scenario, il contesto della relazione (dall’ambulatorio medico all’ambiente domestico) ma non deve cambiare la sostanza: l’attività tecnico/scientifica propria della “e-health” deve coniugarsi con l’acquisizione di competenze comunicative, le Life Skills, con cui il medico e gli operatori sanitari dovranno avere sempre più dimestichezza.

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Non si tratta di mettere in secondo piano l’aspetto scientifico che governa l’attività clinica, tutt’altro: la scientificità viene sposata tout court per rispondere alle esigenze sempre più complesse e variegate del paziente. L’attenzione che va posta all’aspetto psicologico e caratteriale del paziente non può essere lasciata alla libera iniziativa o alle inclinazioni spontanee del medico e dello staff clinico, occorre costruire una piattaforma formativa comune che permetta a tutti di acquisire gli appropriati strumenti.

 

Va posta in primo piano la padronanza delle tecniche di ascolto, requisito fondamentali per instaurare un rapporto empatico e far sentire al paziente la vicinanza, dandogli la sensazione di essere presente “sulla scena”. Udire o ascoltare attivamente sono attività molto diverse, che richiedono differenti livelli di coinvolgimento.

 

L’udire è un fenomeno fisico che esprime la nostra capacità sen­soriale di percepire suoni e parole: si può udire il vociare per strada, la conversazione fra due viaggiatori in treno, senza necessariamente prestare attenzione ai contenuti. Saper ascoltare attivamente significa, invece, entrare in relazione empatica con il paziente. L’ascolto attivo permette, infatti, di apprendere anche dei segnali secondari, come quelli emessi attraverso il linguaggio del corpo e la gestualità.

 

L’ascolto attivo rifugge dalla neutralità, l’impassibilità, l’incuranza delle emozioni, valorizza al contrario l’apertura, il rispetto reciproco. Anche il silenzio può essere attivo: piccole pause, ben cadenzate, aiutano sia il medico che il paziente a riflettere e orientare la conversazione.

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Ma l’ascolto non può essere attivo senza empatia, che indica la capacità di sentire dentro, comprendere il vissuto dell’altro, mettendosi, appunto, nei suoi panni. A quasi un secolo di distanza dall’introduzione del suo utilizzo in ambito terapeutico, l’empatia è diventata tema di particolare interesse scientifico, grazie alla scoperta delle tecniche di rispecchiamento e dei neuroni-specchio, da parte di un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Fisiologia dell’Università di Parma, diretti dal Prof. Giacomo Rizzolatti.

 

Tornando alla Telemedicina, la continuità delle cure anche a domicilio e il monitoraggio quotidiano dei pazienti non possono che migliorarne la qualità della vita, ma i progetti non potranno più essere ricondotti solo all’aspetto tecnologico, si dovrà allargare gli orizzonti prendendo in considerazione anche gli aspetti psicologici, sociali e comportamentali da cui non si potrà più prescindere.

(ph: Shutterstock)