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Covid-19, cardiologi preoccupati: «Il cuore non può più aspettare»

Con Utic sospese e reparti chiusi si rischiano più morti per infarto e ictus

2 Novembre 2020

La seconda ondata del virus blocca la cardiologia e tiene sotto scacco il cuore degli italiani. Nella scorsa primavera la paura del contagio ha dimezzato i ricoveri per infarto e triplicato la mortalità. Oggi i ricoveri ospedalieri di emergenza sono tornati a livelli di normalità ma la sospensione degli ambulatori cardiologici, dei reparti e delle UTIC, rischia di avere conseguenze ancora più catastrofiche e di vanificare gli straordinari progressi della cardiologia che negli ultimi due decadi hanno allungato la vita di 5 anni. È questo il grido di allarme della Società italiana di cardiologia lanciato dal suo Presidente Ciro Indolfi.

 

«Durante la prima ondata della pandemia, i ricoveri ospedalieri di emergenza per infarti e ictus si sono dimezzati per paura del contagio, molte persone sono morte a casa o sono sopravvissute con danni gravi al cuore e al cervello, perché gli eventi cardiovascolari gravi sono “tempo-dipendenti” – dichiara Ciro Indolfi, Presidente SIC e Ordinario di Cardiologia Università Magna Graecia di Catanzaro –. La Società Italiana di Cardiologia è stata la prima al mondo a dimostrare durante la pandemia la riduzione di oltre il 50% dei ricoveri cardiologici, accompagnata da un aumento di tre volte della mortalità ospedaliera, dati poi confermati nelle altre nazioni europee e negli Stati Uniti. Oggi i ricoveri ospedalieri di emergenza – aggiunge Indolfi – sono tornati a livelli di normalità, con una modesta flessione per un ritorno, ancora lieve, della paura del contagio. Ma in alcune Regioni, soprattutto al Sud, gli ambulatori cardiologici sono stati chiusi e i reparti di cardiologia svuotati perché è in aumento il numero del personale sanitario contagiato Covid o perché molti reparti cardiologici sono stati convertiti a reparti Covid-19. In questo scenario, se i numeri dei contagiati aumenteranno ulteriormente, è prevedibile un impatto della pandemia sulle malattie cardiovascolari ancora maggiore rispetto allo scorso marzo. Infatti, il rinvio di visite, controlli e ricoveri per interventi di angioplastica coronarica e di altre procedure elettive, come la Tavi, la Clip mitralica, i pacemakers,  defibrillatori, le ablazioni per fibrillazione atriale, sommandosi ad arretrati difficili da smaltire, rischia già dal prossimo mese di portare ad un aumento della mortalità e della disabilità superiore a quello della prima ondata, a cui si aggiunge un rischio due volte maggiore di non sopravvivere al virus di chi soffre di malattie cardiovascolari».

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Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte in Italia con più di 240.000 morti ogni anno. Una sanità bloccata dal virus rischia di annullare i progressi della terapia farmacologica e dell’interventistica e far ritornare la cardiologia ai risultati di 20 anni fa.

 

«Se non si interviene rapidamente a potenziare i reparti di cardiologia, gli ambulatori e le rete dell’emergenza cardiologica, attraverso programmi di intervento condivisi con le autorità sanitarie locali, la prevenzione, la diagnosi e la terapia dell’infarto e delle altre patologie cardiovascolari diventeranno difficili, con conseguenze facilmente immaginabili – spiega Pasquale Perrone Filardi, ordinario di Cardiologia alla Federico II di Napoli, e Presidente eletto SIC –. Servono riforme strutturali e organizzative sostanziali e immediate, nuovi finanziamenti per assunzione di personale medico e sanitario, l’aggiornamento tecnologico degli ospedali e un mantenimento dei posti letto in cardiologia, per scongiurare conseguenze peggiori della scorsa primavera. Bisogna inoltre richiamare l’attenzione dei pazienti a rischio sulla necessità di curare i fattori di rischio cardiovascolari (ipertensione, ipercolesterolemia, obesità, diabete) al fine di evitare che la polarizzazione dell’attenzione sulla epidemia COVID distragga i pazienti portatori di patologie croniche cardiovascolari dalle terapie di prevenzione, con conseguente possibile aumento degli eventi cardiovascolari nel prossimo futuro».

(ph: Shutterstock)

 

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