Coronavirus: il ruolo di adolescenti e adulti in tempi di pandemia

La figura del genitore è fondamentale per un equilibrato sviluppo delle coscienze dei più giovani

30 Gennaio 2021 a cura di
Coronavirus: il ruolo di adolescenti e adulti in tempi di pandemia

Negli ultimi mesi a chiedere un aiuto agli psicologi arrivano sempre più spesso genitori preoccupati per i propri figli o ragazzi in cerca di risposte rispetto ad alcuni “sintomi” che insorgono a seguito della nuova situazione che stiamo vivendo da un anno a questa parte.

Effettivamente la fascia d’età che sta soffrendo maggiormente a causa di questo nuovo stile di vita è proprio quella dei preadolescenti e degli adolescenti: un periodo della vita che si nutre di socialità, di frequenza, di contatto fisico e che i ragazzi si trovano a dover gestire spesso rinchiusi tra le quattro mura della propria camera, davanti al pc per 4, 5 anche 7 ore di seguito, tuffati in quella realtà artefatta che la didattica a distanza (la famigerata “Dad”), li ha costretti e senza la possibilità di poter decomprimere questa stanchezza incontrando compagni ed amici che hanno, in condizioni normali, una grande funzione terapeutica naturale.

 

Stanno aumentando in questo periodo forme di disturbi legati all’alimentazione, sindromi d’ansia che sfociano in veri e propri attacchi di panico, attacchi claustrofobici, forme depressive precoci che “anneriscono” esistenze fino a pochi mesi fa “colorate” dalla molteplicità di relazioni (compagni di scuola, amici del parchetto, compagni di squadra nello sport, al limite anche i “4 amici la bar” di “paoliana” memoria, un po’ alla deriva ai bordi di qualche locale, ma pur sempre in relazione) che costellavano le loro esistenze.

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Ciò che rimane loro è quel residuo artificiale di relazioni fittizie che transitano attraverso “social” che tentano di lenire noia e solitudine, ma che non fanno altro che aumentarne la percezione. Proprio quei social che fino a ieri erano il loro rifugio dalle invasioni degli adulti, ora sono la prigione dentro la quale si sentono rinchiusi.

 

Cosa serve a questi ragazzi che si stanno facendo carico anche dell’angoscia dei propri genitori, che hanno visto spesso con lo sguardo perso, senza risposte concrete e impauriti tanto quanto (se non più) di loro?

Il nostro cervello ha uno sviluppo “stratificato” nel tempo: c’è la parte definita rettiliana, quella più arcaica che ha sede nella parte più profonda e che è deputata alla gestione dei bisogni primari e degli istinti innati nell’uomo. Si pensi ad un bambino di pochi mesi in grado di utilizzare solo questa parte del cervello per interagire col mondo, e che usa l’unico mezzo di comunicazione in suo possesso (il pianto) per comunicare i bisogni essenziali (fame, sete, attenzione emotiva) e le situazioni di disagio come il dolore. Il bambino ha fame e chiede che questo bisogno venga soddisfatto immediatamente!

 

Lo sviluppo successivo riguarda quello che viene definito “sistema limbico” ed è proprio questo sistema che regola il sentire e i comportamenti di preadolescenti e adolescenti. Questa struttura cerebrale ha a che fare con la gestione delle emozioni, con la definizione degli stati dell’umore e delle sue variazioni, con il senso di autocoscienza. Insomma inizia in questa fase dello sviluppo a definirsi quella che sarà la personalità (per usare un termine fin troppo generico, ma che aiuta a capire) del ragazzo.

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Solo successivamente maturerà la “corteccia prefrontale” quella parte del nostro cervello deputata alla “mediazione” tra impulsi interni e realtà esterna che mette l’individuo nella condizione di valutare quale impatto avrà il proprio comportamento, la propria reazione, la propria espressione sul mondo che lo circonda, fatto di cose, di persone, di relazioni.

 

Fino a questo momento (che la neurobiologia colloca in un lasso di tempo che va tra i 19 e i 25 anni) il mancato completamento della maturazione di questa parte così importante del nostro cervello richiede agli adulti di riferimento del ragazzo (quelle figure che fungono da guida e da contenimento, gli “educatori” per capirci!) di fungere da “corteccia vicaria”: a dire che spetta agli adulti che accudiscono il minore il compito di “masticare” e “digerire” quel pezzo di realtà che al ragazzo sembra “indigeribile” restituendogliela in forma più comprensibile, meno impattante dal punto di vista emotivo, più “ecologica” rispetto a quanto possa naturalmente fare un giovane.

Gli adulti che lo circondano (genitori, nonni, zii, insegnanti, allenatori, …) hanno il compito di essere la loro “corteccia esterna” insegnando loro un modo diverso di affrontare ciò che la realtà mette loro davanti: sia esso il Covid, il lockdown, la Dad, ma anche (nella situazione che prima o poi tornerà “normale”) le gioie e le sconfitte che la vita ci propone, le delusioni e le vittorie.

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Insomma, mai come in questo momento, il ruolo degli adulti è diventato fondamentale per un equilibrato sviluppo delle coscienze dei ragazzi che chiedono di trovare contenimento alle ansie, argini al dilagare della paura (della malattia, della morte, del contagio, della crisi economica), struttura per quella noia che, giornate in apparenza tutte uguali, può sopraffare giovani coscienze impreparate all’eccezionalità del momento.

Ciascuno dei cosiddetti “adulti di riferimento” faccia un supplemento di riflessione su come sta gestendo questo momento e, al suo interno, come sta gestendo le relazioni con i minori che a loro si riferiscono.

Questo potrà essere un ottimo antidoto all’insorgenza di molti disturbi per i quali i ragazzi chiedono aiuto ad uno psicologo.