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Chemioterapia e immagine corporea: così lo psicologo supporta il paziente

L'esperta Padula: «Tornare all'ordinario per il paziente è possibile»

16 Novembre 2021

L’immagine corporea, a seguito dei trattamenti chemioterapici, può subire delle variazioni. Ma anche la sfera sessuale può risentirne. Per il paziente si tratta di una fase molto delicata, nel corso della quale è importante il supporto di un professionista. Ma in che modo la figura dello psicologo o lo psicoterapeuta può sostenere il paziente?

Il concetto di immagine corporea potremmo riassumerlo, in parole semplici, «in una fotografia che ciascuno di noi fa del corpo in cui vive. Questa inquadratura comprende sia la componente biologica che psicologica. La differenza tra l’immagine corporea e la vera fotografia è che quest’ultima non cambia mai nel tempo, mentre la prima si modifica costantemente per tutta la vita». A sostenerlo è la dott.ssa Antonella Padula psicologa e psicoterapeuta, che spiega: «Possiamo anche riassumere l’immagine corporea in 3 fattori: neurobiologici e somatici, psicoaffettivi e legati al contesto in cui viviamo».

 

Come quindi il professionista può intervenire in sostegno al paziente?

«La perdita dei capelli, ad esempio, è un cambiamento tipico del trattamento chemioterapico, e quindi diventa anche una sorta di etichetta o stigma sociale  ̶  spiega Padula  ̶ . Quindi, si tratta di aspetti che lo psicologo deve trattare e considerare durante il percorso con il paziente. Lo psicologo lavora su come è stata vissuta la diagnosi. È un lavoro profondo, che porta a percorrere l’impatto della malattia sulla quotidianità».

Spesso però il senso di vergogna può rappresentare un ulteriore ostacolo per il paziente. «La vergogna  ̶  spiega la psicologa e psicoterapeuta  ̶  è un sentimento che ci accompagna ancor prima della malattia, e quindi è importante lavorare su questo aspetto nel passato per comprendere meglio questo modello, che può passare di generazione in generazione e acutizzarsi in certi passaggi della vita come può essere la malattia».

 

Ma l’immagine corporea può anche modulare aspetti della sessualità: in particolare funzione e relazione sessuale. In merito, secondo l’esperta, «sarebbe opportuno chiamare in gioco anche il partner, lavorare sulla coppia, imparare a guardarsi, a conoscersi, anche con il nuovo corpo. Inoltre vi sono tecniche di psicoterapia che abbassano l’emotività di questo cambiamento che intacca la sfera sessuale e non ci si deve vergognare assolutamente di chiedere aiuto anche a specialisti in psico-sessualità, che sono le persone più adatte per l’accompagnamento della coppia in questo percorso» spiega.

 

Tornare all’ordinario quindi, secondo Padula, «si può, ed è importante per il paziente trovare uno spazio di salute, che vuol dire ricordare la persona per ciò che è al di là della malattia. Piccoli aspetti della normalità che aiutano quindi a spostarci proprio dallo spazio malattia. È importante anche conoscere risorse personali e non solo (lavorative, sociali, familiari). Essere considerati malati anche dai familiari infatti acuisce ancora più il problema, ed è per questo che è interessante il coinvolgimento dei familiari per comunicare loro come comportarsi con il paziente, che va quindi considerato principalmente come persona, e non solo come malato» conclude.

 

(con il contributo incondizionato di Praesidia)

(ph: Shutterstock)

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