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Cefalea a grappolo: cos’è, sintomi e trattamenti

Le nuove frontiere terapeutiche per chi ne soffre

29 Aprile 2021

La cefalea a grappolo è una malattia con una prevalenza stimata all’incirca pari a una persona su 500-1000 (fonte ISS – Istituto Superiore di Sanità). Essa è classificata all’interno della famiglia delle cefalee autonomiche trigeminali (TACs), a loro volta inserite nell’insieme più grande delle cefalee primarie.

 

È un tipo di cefalea caratterizzata da un dolore orbitale intenso, monolaterale, della durata compresa tra 15 e 180 minuti circa senza trattamento. Gli attacchi si manifestano in periodi attivi, denominati “grappoli“, della durata di settimane o mesi e sono intervallati da fasi di remissione della durata di mesi o anni.

 

Questo tipo di cefalea è caratterizzata da un andamento ciclico. Le crisi tendono a riproporsi in determinati periodi dell’anno, generalmente in primavera e in autunno e, di solito, sempre nello stesso momento della giornata. È abbastanza comune che inizino di notte.
Nella maggior parte dei casi i “grappoli” sono separati tra loro da un periodo di remissione di uno o più mesi: si parla in questo caso di cefalea a grappolo episodica. Se al contrario gli attacchi si presentano per oltre 1 anno con periodi di remissione che durano meno di 30 giorni, la patologia è definita cronica. L’ISS (Istituto Superiore di Sanità) stima che circa il 10-20% dei casi di cefalea a grappolo sia di tipo cronico.

 

Le cause che danno origine alla cefalea a grappolo non sono ancora note con certezza, ma secondo diversi studi il malfunzionamento dell’ipotalamo potrebbe giocare un ruolo importante. La regolarità nell’arco delle 24 ore in cui si manifestano le crisi e il ripetersi dei grappoli con cadenza piuttosto precisa (annuale o biennale) suggeriscono che nell’insorgenza di questo disturbo potrebbe essere coinvolto l’orologio biologico del nostro organismo, che ha sede proprio nell’ipotalamo. Diversi studi hanno infatti dimostrato che durante gli episodi di cefalea a grappolo l’attività dell’ipotalamo posteriore è più intensa del solito.  (*fonte https://www.humanitas.it/malattie/cefalea-a-grappolo).

 

La diagnosi di questa patologia non comporta particolari difficoltà, poiché il quadro clinico che caratterizza la cefalea a grappolo è molto caratteristico.

Per quanto concerne i trattamenti, attualmente l’unico farmaco con elevata efficacia dimostrata è il sumatriptan, che non può essere preso per più di 2 volte al giorno e con un intervallo tra un’assunzione e l’altra di almeno 1 ora. Un valido aiuto risiede nell’utilizzo di ossigeno al 100% (che richiede l’uso di una maschera auto-respirante) che può essere impiegato tutte le volte che si vuole.  (*fonte https://www.humanitas.it/malattie/cefalea-a-grappolo).

 

Una nuova frontiera sul fronte dei trattamenti si apre con il blocco del ganglio sfeno palatino. Si tratta di una procedura mini invasiva che venne applicata per la prima volta nel 1901 dall’otorino dott. Sluder, che instillò con dei cotton fioc una soluzione a base di cocaina, con lo scopo di bloccare l’insorgenza acuta negli attacchi di cefalea a grappolo. Il successo riscontrato dal dott. Sluder portò successivamente ad un ampliamento del campo di applicazione della metodica, che venne esteso anche al trattamento di altre cefalee primarie con manifestazione unilaterale (emicrania continua, emicrania cronica refrattaria, emicrania ad alta frequenza, emicrania episodica). Nel corso degli anni, la soluzione di cocaina venne sostituita con l’impiego di soluzioni a base di anestetici locali, che portarono sempre ad un riscontro positivo, ovvero al controllo del dolore associato agli attacchi.

 

Il ganglio sfeno palatino è una struttura situata in posizione infrazigomatica all’interno del cranio: un gruppo di studiosi della cefalee afferenti all’American Headache Society lo ha definito in una recente pubblicazione come “il più grande collettore neurale dopo il cervello”. Il ganglio risiede all’interno di una fossa, detta fossa pterigopalatina, a cui afferiscono diverse terminazioni di tipo autonomico e sensitivo.

 

Grazie all’avvento dei cateteri intranasali, studiati per riempire completamente la fossa pterigopalatina di soluzione farmacologica, la procedura è diventata ancora più semplice ed efficace di quanto fosse nel passato. Il suo elevato profilo di sicurezza e l’assenza di eventi avversi significativi la rendono un’ottima alternativa all’interno del piano terapeutico tradizionale per la cefalea a grappolo.

 

Con il contributo incondizionato di TIMED

(ph: Shutterstock)

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