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Caso Cospito, l’esperto: «Non si può costringere nessuno a curarsi»

L'anarchico detenuto è giunto al 106esimo giorno di sciopero della fame

2 Febbraio 2023

Come si assiste una persona che decide di non alimentarsi più? Dopo 105 giorni di sciopero della fame l’anarchico Alfredo Cospito, detenuto con regime di 41bis e per questo in protesta, è dimagrito di 40 chili e si è anche rotto il naso, a causa di una caduta dovuta a un cedimento fisico.

Nelle scorse ore ha rifiutato di assumere gli integratori.

 

Come reagisce il corpo a un così prolungato digiuno?

«La risposta è sempre individuale, i colleghi dell’istituto Opera di Milano faranno tutto quello che è necessario nel momento dell’intervento. L’unica regola che vale per tutti i pazienti, però, è il rispetto della persona e la sua adesione al trattamento», spiega Antonio Maria Pagano, neo presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (Simpse), e responsabile dell’assistenza sanitaria del persone private delle libertà della Asl di Salerno. L’esperto, interpellato dalla Dire, ricorda il principio costituzionale del consenso alle cure, «perché non si possono fare trattamenti senza il consenso della persona».

 

La norma 219 del 2017, quella nota come Dat (Disposizioni anticipate al trattamento), all’articolo 2 spiega chiaramente al medico cosa fare: “Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente”.

Quindi, deduce Pagano, se una persona è in sciopero della fame ma resta lucida e rifiuta la cura si aiuta secondo quanto previsto dalla norma: «Se perde i sensi si garantisce l’aiuto per riprenderlo, dopodiché la persona deve dare il consenso a procedere». A complicare però la vita dei medici è una contraddizione: «Non solo la legge sulla Dat è poco utilizzata ma cozza anche con l’articolo 54 del codice penale che parla di “Stato di necessità”  ̶  fa sapere ancora Pagano  ̶  quindi intervengo sullo stato di necessità del paziente ma non posso andare oltre. Il confine è sottile tra le volontà espresse e l’obbligo di cura – spiega ancora il medico  ̶  che sussiste finché c’è il consenso del paziente a sottoporsi alle cure».

 

Sulle condizioni di detenzione nelle carceri è intervenuta anche l’associazione Antigone, che lo scorso maggio ha redatto un dossier sulla casa di reclusione di Opera: «È la casa di reclusione più importante della provincia di Milano. È un carcere di alta sicurezza noto per ospitare molti detenuti in regime di 41bis, compresi alcuni dei nomi protagonisti dei più importanti processi antimafia. Opera ha anche il principale centro diagnostico terapeutico del Nord Italia – racconta Antigone  ̶  altamente specializzato e attrezzato per affrontare patologie particolarmente gravi. È un centro che fa da collettore dei detenuti di molte strutture carcerarie lombarde».

Nel corso del 2022, fa sapere sempre l’osservatorio sulle carceri nel suo dossier su Opera, «ci vengono segnalati i seguenti eventi critici (periodo dal 01.01.2022 al 24.05.2022): 23 atti di autolesionismo; 5 tentati suicidi; 2 suicidi; 9 atti di aggressione/colluttazione; 8 violazioni delle norme penali; 76 invii urgenti in luogo esterno di cura; 63 manifestazioni di protesta (scioperi della fame, della terapia, atti turbativi); 4 danneggiamenti di beni; 2 incendi; 9 inosservanze degli obblighi; e infine 2 decessi per cause diverse. Il 23 maggio 2022 l’istituto ospitava 242 detenuti in regime di Alta Sicurezza e 103 in 41bis, mentre al 31 dicembre 2022 i detenuti totali erano 1.338».

 

«Oggi il carcere non è un luogo di salute  ̶  commenta Pagano  ̶  bisognerebbe ripensare quegli spazi sia per chi viene ospitato per motivi di giustizia che per chi ci lavora. Servono spazi più salubri e a dirlo sono stati vari studi realizzati negli istituti penitenziari. Il garante dei detenuti della Campania ha presentato un report in cui riportava che il personale penitenziario oltre ad essere sottorganico aveva anche un 30-40% di persone in malattia. Bisogna iniziare a porsi il problema della salute di tutti, dei detenuti e di chi ci lavora», conclude.

 

(ph: Imagoeconomica)

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