L’Australia, considerata per anni l’ultima roccaforte mondiale contro l’influenza aviaria H5N1 grazie al suo isolamento geografico e a uno dei sistemi di biosicurezza più rigorosi al mondo, ha registrato il primo caso confermato sulla terraferma. Il virus è stato individuato in uno stercorario bruno recuperato nel Parco Nazionale di Cape Le Grand, nell’Australia Occidentale, completando così la diffusione dell’H5N1 in tutti i continenti del pianeta.
L’esemplare, trovato in gravi condizioni su una spiaggia a circa 700 chilometri da Perth, è morto poche ore dopo il recupero. Le analisi hanno confermato la presenza del ceppo altamente patogeno che negli ultimi anni ha provocato epidemie tra uccelli selvatici e allevamenti in numerose regioni del mondo.
Un secondo caso confermato riguarda un petrello gigante rinvenuto nella stessa area. Come riporta La Stampa, le autorità australiane hanno avviato ulteriori verifiche, ma al momento non risultano contagi negli allevamenti avicoli, né episodi di mortalità di massa tra gli uccelli selvatici. Resta però il timore che il virus abbia iniziato a circolare nella fauna locale.
In realtà l’H5N1 aveva già raggiunto territori australiani nel novembre scorso, quando era stato rilevato sull’Isola Heard, remoto territorio subantartico nell’Oceano Indiano meridionale. La distanza dalla terraferma aveva alimentato la speranza che il continente potesse rimanere al riparo, ma quella prospettiva si è rivelata temporanea.
Gli epidemiologi da tempo ritenevano inevitabile l’arrivo del virus. Trasportato dagli uccelli migratori, l’H5N1 ha attraversato continenti e oceani sfruttando le rotte che collegano le regioni polari alle aree tropicali, superando anche quelle che erano considerate le più efficaci barriere naturali.
Le maggiori preoccupazioni riguardano ora la fauna selvatica australiana, ricca di specie endemiche spesso già vulnerabili. Uccelli marini, pinguini e mammiferi marini potrebbero subire conseguenze pesanti. I timori sono rafforzati da quanto osservato sull’Isola Heard, dove l’epidemia ha causato la morte di migliaia di cuccioli di elefante marino.
Lo stercorario bruno, specie capace di percorrere migliaia di chilometri tra le aree subantartiche e le coste australiane, è considerato un potenziale vettore del virus. La condivisione delle colonie marine con altre specie aumenta infatti le possibilità di trasmissione attraverso contatti diretti, escrementi contaminati o carcasse infette.
Canberra si preparava da anni a questo scenario con programmi di sorveglianza e piani di emergenza. «Sapevamo che non saremmo potuti rimanere liberi dall’influenza aviaria per sempre», ha dichiarato la ministra dell’Agricoltura Julie Collins. Con il primo caso sulla terraferma australiana si chiude simbolicamente l’ultima area del pianeta rimasta indenne dall’H5N1, confermando quanto gli ecosistemi globali siano sempre più interconnessi.
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