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Dall'Italia

Bufera nella ginnastica ritmica: le atlete denunciano abusi mentali

L'esperto: «L'insulto provoca un danno sia in minorenni che in maggiorenni»

4 Novembre 2022

Sabato scorso la prima denuncia, ma aumentano le denunce di abusi psicologici da parte delle ginnaste ritmiche. L’ambiente è scosso e serviva una presa di posizione chiara. Sul tavolo del ministro Abodi infatti sono arrivate nei giorni scorsi anche le accuse da parte di ex atlete anche nel giro della Nazionale, su tutte Nina Corradini e Anna Basta, che hanno rivelato presunte pressioni psicologiche e umiliazioni subite da parte di alcuni tecnici all’Accademia di Desio, la stessa in cui si allenano e crescono le Farfalle. Denunce cui, nel frattempo, se ne stanno aggiungendo molte altre.

Fabio Lucidi, ex preside della facoltà di Medicina e Psicologia Sapienza e Responsabile del servizio di psicologa dello sport della Sapienza, commenta così all’agenzia Dire il caso: «Il danno provocato dall’insulto che si basa sulla dimensione estetica e del corpo in questo tipo di discipline crea un danno sia in minorenni che in maggiorenni. Questo tema è ancor più delicato in quelle discipline dove si entra nell’ambito di una attività competitiva e agonistica sin dalla tenera età e in fasi dove si attua uno sviluppo sia psichico che corporeo. Questo tema del corpo naturalmente è centrale nelle discipline estetiche dove il corpo appare in evidenza, come nel caso della ginnastica e i tuffi. Nella ritmica il corpo degli atleti e atlete, come in altre discipline, attribuisce addirittura il punteggio. E il peso dell’atleta contribuisce alla stessa prestazione sportiva. È chiaro come il fisico dello sportivo diventa centrale e quindi non sono infrequenti, in queste categorie di atleti, i disturbi del comportamento alimentare». Al centro della vicenda infatti ci sono abusi mentali e il controllo in pubblico del peso con relativi insulti davanti alle compagne: da “vitello tonnato” a “cinghiale” o anche “ippopotamo”.

 

«Non pensiamo però  ̶  aggiunge il professor Lucidi  ̶  che questo sia un problema solo femminile. Pensiamo agli atleti che impegnati in discipline dove esistono le categorie di peso come la lotta o il pugilato. Molti di loro mettono in atto un comportamento molto pericoloso che alterna momenti di digiuno, per raggiungere il peso ottimale e stare in gara, seguiti da grandi abbuffate. Tutto questo prelude ovviamente ai disturbi alimentari».

 

QUANDO UNA PAROLA SI PUÒ DEFINIRE VIOLENZA

«L’allenatore  ̶  precisa l’esperto  ̶  deve stimolare l’atleta a dare il meglio di sé. Ci sono due tipi di modalità: supportare e stimolare l’autonomia dell’atleta e un’altra autocratica basata sull’autorità. Il modo corretto è quello basato sul rispetto dell’altro, se manca questo direi che il limite è stato violato. Quando si rimane nel limite del consentito e quando si prevarica il confine? Più in generale direi che quando un bambino o un adolescente esprime un disagio, in una dimensione ludica come quella rappresentata dall’attività sportiva, i genitori devono cambiare contesto o pensare a sport diversi».

«L’idea del corpo e della bellezza in generale ricade nell’ambito di una rappresentazione sociale stabilita. Questo “modello di bellezza” cambia notevolmente in base al contesto analizzato. Nel caso della ginnasta l’ideale di bellezza si fonda sulla magrezza. Quando ci si trova davanti a bambini e adulti insoddisfatti del proprio corpo, i genitori hanno il dovere di porre attenzione all’insoddisfazione, al disagio del figlio e devono cambiare contesto. Lo sport è uno strumento utile a promuovere la salute e il benessere ed è bene che rimanga in tale ambito. Ritornando a questi casi di denunce, ora i tavoli preposti faranno le dovute analisi e prenderanno i provvedimenti opportuni», ha concluso Lucidi.

 

(ph: Shutterstock)

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