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L'INTERVISTA

Brucellosi in Italia: dove è più diffusa, quanto è pericolosa e come evitarla

Problema molto grave per la sanità pubblica perché può causare infezioni negli animali da allevamento e nell’uomo

7 Maggio 2024

«La brucellosi è una zoonosi causata da batteri che appartengono al genere Brucella. Colpisce diversi tipi di animali, tra cui mucche, pecore, capre, cervi, maiali e cani. I responsabili delle infezioni sono sei specie di batteri gram negativi, che appartengono al genere Brucella, in particolare Brucella melitensis, Brucella abortus, Brucella suis, Brucella canis, Brucella ovis e Brucella neotomae. I primi quattro sono in grado di contagiare anche l’uomo». Lo precisa all’agenzia Dire la presidente della World Association for Infectious Diseases and Immunological Disorders (WAidid) e responsabile del tavolo tecnico Malattie infettive e vaccinazioni della Società Italia di Pediatria (Sip), professoressa Susanna Esposito, ordinaria di pediatria all’Università di Parma, sentita in tema di brucellosi nel giorno in cui la politica chiede di istituire un commissario nazionale.

 

QUANDO L’UOMO PUÒ AMMALARSI

“Si tratta – sottolinea l’esperta – di un problema molto grave per la sanità pubblica perché, soprattutto nelle aree agricolo-pastorali, possiamo avere sia infezioni negli animali da allevamento che nell’uomo, laddove si mangino carni non adeguatamente cotte o latte non pastorizzato. Infatti – precisa Esposito – l’uomo può ammalarsi o perché entra in contatto con animali contaminati. È a rischio di infettarsi chi ha contatti, soprattutto negli allevamenti, con diverse specie: ad esempio nel casertano c’è il tema delle bufale o, attualmente, c’è quello delle pecore in Calabria. L’infezione – continua la professoressa Susanna Esposito – può avvenire attraverso cibi o bevande contaminate e, tra i lavoratori, anche per inalazione o tramite piccole ferite sulla pelle. Possiamo dire che il batterio Brucella è presente nel latte di animali contagiati e, dunque, se il latte non è pastorizzato l’infezione passa agli esseri umani. Per quanto riguarda invece il contagio dal cane- dice ancora- i casi documentati sono pochissimi e, in genere, anche se il cane è infetto non si ha il passaggio dell’infezione da cane a uomo».

 

E L’INFEZIONE DA UOMO A UOMO?

«L’infezione da uomo a uomo è invece estremamente rara: la situazione più comune è dunque quella legata al bere latti infetti non pastorizzati o al mangiare carni non adeguatamente cotte. I sintomi – informa Esposito – sono simili a quelli dell’influenza, quindi febbre, mal di testa, mal di schiena e debolezza, però possono esserci anche infezioni nel sistema nervoso centrale oppure condizioni come febbri ricorrenti, stati di affaticamento e dolori alle articolazioni. Uno dei problemi consiste nel fare la diagnosi, perché spesso è tardiva, mentre la terapia antibiotica è molto lunga. Vi sono antibiotici specifici, che sono doxiciclina e rifampicina, che vanno prescritti in combinazione per sei settimane per evitare ricadute, mentre nei casi più gravi è necessario il ricovero ospedaliero. Il rischio di mortalità è del 2%, quindi abbastanza contenuto».

 

LE AREE MAGGIORMENTE COLPITE

«Il sud è particolarmente interessato dalla presenza di brucellosi, il problema riguarda soprattutto Campania, Calabria e Sicilia – rende noto – e vi sono una serie di Circolari ministeriali che prevedono un approccio di prevenzione, seguendo le linee guida europee. Intanto ricordo che la brucellosi è una malattia a denuncia obbligatoria dal 1934. I Paesi europei più interessati sono quelli del Mediterraneo: più dell’80% dei casi interessa, infatti, Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, mentre il nord Europa è poco interessato».

 

MISURE DI PREVENZIONE E DI CONTRASTO

«In Italia – rende poi noto Susanna Esposito – c’è un Piano di eradicazione della brucellosi e per questo sono necessari controlli sierologici presso gli allevamenti bovini, bufalini e ovicaprini, che variano per cadenza e percentuale di animali da controllare in base allo stato sanitario della provincia e della regione in cui risiede l’allevamento. Per quanto riguarda le province di Caserta e Crotone il ministero della Salute ha emanato una ordinanza per misure straordinarie di eradicazione».

«I consigli sono proprio quelli di evitare di consumare alimenti derivati da latte crudo che proviene dalle regioni in cui la malattia è endemica, ovvero Campania, Calabria e Sicilia. Bisogna poi rispettare le norme di biosicurezza negli allevamenti, movimentare gli animali nel rispetto della normativa vigente e utilizzare i dispositivi di sicurezza quando si manipolano animali, organi o matrici potenzialmente infetti.  Proprio di recente, nel mese di aprile – racconta la professoressa Esposito – in Calabria c’è stata una segnalazione di uno smarrimento di 60mila ovini su un totale di 70mila. L’ipotesi più concreta è che per evitare i costi dello smaltimento delle carcasse infette, che ammontano a 100 euro a capo, le pecore malate siano state lasciate morire e seppellite abusivamente, senza dunque attuare i protocolli operativi per il piano di eradicazione. In tutte le regioni devono invece essere eseguite le ordinanze ministeriali: c’è infatti una grande attenzione da parte della sanità veterinaria. Nonostante questo episodio – conclude – c’è un monitoraggio attento anche di eventuali smarrimenti che sembrano assolutamente eccessivi, perché di recente ci sono state importanti segnalazioni di tubercolosi bovina, e queste malattie possono avere un impatto sulla transumanza del bestiame, dai pascoli alla pianura. È dunque necessario che i controlli sui capi infetti vengano svolti in maniera adeguata».

 

Fonte: Dire

(ph: Shutterstock)

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