Autismo: i principali fattori di rischio in gravidanza e nel periodo perinatale

Dalla genetica ai fattori ambientali: quadro dei rischi prenatali e perinatali

3 Marzo 2026 a cura di
Autismo e gravidanza: infezioni, età dei genitori, inquinamento e altri fattori di rischio

L’autismo viene oggi descritto come un insieme eterogeneo di condizioni, riunite sotto il termine di disturbi dello spettro autistico, in cui entrano in gioco fattori genetici e ambientali che interagiscono tra loro in modo complesso. Negli ultimi anni l’attenzione della ricerca si è concentrata anche sul periodo che va dal concepimento ai primi giorni di vita, per capire se e come alcune condizioni in gravidanza o nel periodo perinatale possano modificare il rischio statistico di ricevere una diagnosi di autismo. Parlare di rischio, tuttavia, non significa individuare cause certe né, soprattutto, attribuire responsabilità ai genitori: si tratta di leggere i dati con cautela, per migliorare la prevenzione generale in gravidanza e la qualità dell’assistenza, senza alimentare allarmismi o sensi di colpa.

Dall’eziologia sconosciuta ai fattori di rischio: come leggere i dati senza allarmismi

L’eziologia dell’autismo viene ancora definita in larga parte come multifattoriale e in buona misura sconosciuta. Gli studi genetici mostrano che esistono varianti del DNA che aumentano la probabilità di sviluppare un disturbo dello spettro autistico, ma nessun singolo gene risulta determinante in modo assoluto. Allo stesso tempo, numerose ricerche osservazionali hanno individuato associazioni statistiche tra alcune condizioni in gravidanza, come diabete, ipertensione o infezioni, e un aumento del rischio di diagnosi di autismo nei figli. Queste associazioni non equivalgono a una relazione di causa-effetto diretta: indicano piuttosto che, in grandi gruppi di popolazione, la presenza di certe condizioni si accompagna più spesso alla diagnosi di autismo rispetto a quanto accade in loro assenza. La lettura corretta di questi dati richiede quindi prudenza, perché entrano in gioco molti possibili fattori di confondimento, come l’accesso alle cure, le condizioni socioeconomiche, la presenza di altre patologie e la stessa capacità dei sistemi sanitari di intercettare e diagnosticare precocemente i disturbi del neurosviluppo.

Un esempio di questo approccio ampio arriva da studi di tipo “diagnosis-wide”, che analizzano in grandi coorti di madri e figli centinaia di diagnosi materne intorno alla gravidanza, per capire quali siano più frequentemente associate all’autismo nei bambini. In una ricerca pubblicata nel 2021, condotta su popolazioni numerose, condizioni come ipertensione, disturbi metabolici, alcune patologie psichiatriche e problemi genitourinari sono risultate associate a un aumento del rischio relativo di disturbo dello spettro autistico. Per l’ipertensione materna, ad esempio, è stato riportato un hazard ratio intorno a 2,7, il che significa che, nel campione studiato, i figli di madri con questa diagnosi avevano una probabilità di ricevere una diagnosi di autismo circa due volte e mezzo superiore rispetto ai figli di madri senza ipertensione. Si tratta comunque di un aumento relativo su un rischio di base che, nella popolazione generale, rimane contenuto, e che non consente di prevedere il destino del singolo bambino.

Un altro elemento importante emerso da queste analisi riguarda l’accesso alle cure prenatali. Nello stesso studio, la frequenza di visite in gravidanza risultava in media più bassa tra le madri di bambini con diagnosi di autismo rispetto alle altre. Questo dato non significa che le visite prenatali “proteggano” direttamente dal rischio di autismo, ma suggerisce che una presa in carico più regolare in gravidanza si associa spesso a una migliore gestione di eventuali patologie materne, a una diagnosi più tempestiva di complicazioni e, in generale, a un contesto di maggiore attenzione alla salute. In altre parole, i fattori di rischio non vanno letti solo come caratteristiche biologiche individuali, ma anche come indicatori di disuguaglianze nell’assistenza sanitaria e nelle condizioni di vita, che possono influenzare il benessere complessivo della diade madre-bambino.

La comunicazione pubblica su questi temi richiede quindi un equilibrio delicato. Da un lato, è utile conoscere quali condizioni in gravidanza o nel periodo perinatale si associano più spesso a disturbi del neurosviluppo, perché questo può orientare politiche di prevenzione, programmi di screening e interventi di supporto alle donne con patologie croniche. Dall’altro, un’enfasi eccessiva su singoli fattori rischia di trasformare associazioni statistiche in messaggi semplicistici, come “una certa malattia causa autismo”, che non trovano riscontro nella complessità dei dati. Per questo motivo, molti ricercatori sottolineano la necessità di parlare di fattori di rischio in termini probabilistici, ricordando che la maggior parte dei bambini esposti a tali condizioni non svilupperà un disturbo dello spettro autistico, e che l’autismo può comparire anche in assenza di qualunque fattore di rischio noto.

Infezioni in gravidanza e attivazione del sistema immunitario materno

Tra i fattori prenatali più studiati in relazione all’autismo rientrano le infezioni in gravidanza e, più in generale, l’attivazione del sistema immunitario materno. Alcune rassegne della letteratura scientifica hanno evidenziato che infezioni significative, accompagnate da febbre prolungata e da una marcata risposta infiammatoria, possono associarsi a un aumento del rischio di disturbi dello spettro autistico nei figli. Questo vale in particolare per infezioni che colpiscono il tratto respiratorio o il sistema genitourinario, soprattutto se non adeguatamente monitorate o se si verificano in momenti delicati dello sviluppo fetale. Nei modelli animali, l’attivazione del sistema immunitario materno è stata collegata a modifiche nello sviluppo del cervello del feto, con alterazioni di alcune vie di segnalazione che regolano la formazione delle connessioni neuronali. Tuttavia, il passaggio da questi modelli sperimentali alla realtà umana è tutt’altro che lineare, e i dati disponibili non consentono di stabilire soglie precise di rischio legate a specifiche infezioni o livelli di febbre.

Le ricerche osservazionali sull’essere umano, infatti, si basano spesso su registri sanitari o su ricostruzioni retrospettive delle condizioni di gravidanza, con tutti i limiti che questo comporta. In molti casi, non è possibile distinguere con chiarezza l’effetto dell’infezione in sé da quello di altri fattori correlati, come l’uso di determinati farmaci, il ricovero ospedaliero, la presenza di patologie croniche preesistenti o le condizioni socioeconomiche. Inoltre, non tutte le infezioni sembrano avere lo stesso peso: alcune meta-analisi non hanno trovato un aumento significativo del rischio di autismo associato, ad esempio, a semplici infezioni urinarie in gravidanza, mentre altre condizioni infettive più gravi o sistemiche risultano più frequentemente collegate a un incremento del rischio statistico. Questo quadro eterogeneo suggerisce che non ogni episodio febbrile o ogni infezione lieve in gravidanza debba essere motivo di allarme rispetto all’autismo, ma che l’attenzione vada posta soprattutto sulle situazioni in cui l’infiammazione è intensa e prolungata.

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Un aspetto che la ricerca sta esplorando riguarda il ruolo delle citochine, molecole prodotte dal sistema immunitario durante le infezioni, che possono attraversare la placenta e influenzare l’ambiente in cui si sviluppa il cervello fetale. Alcuni studi ipotizzano che un’eccessiva produzione di determinate citochine possa interferire con i processi di migrazione neuronale e di formazione delle sinapsi, contribuendo a modificare il profilo di rischio per disturbi del neurosviluppo. Si tratta però di ipotesi ancora in fase di approfondimento, che non consentono di identificare marcatori predittivi affidabili a livello individuale. Inoltre, la stessa risposta immunitaria materna è modulata da fattori genetici, dallo stato nutrizionale, dallo stress e da eventuali comorbidità, rendendo il quadro ancora più complesso.

Dal punto di vista della salute pubblica, l’attenzione alle infezioni in gravidanza si traduce soprattutto nella promozione di misure generali di prevenzione e monitoraggio, come la vaccinazione contro alcune malattie infettive prima o durante la gravidanza, quando raccomandata, e il controllo tempestivo di febbre e sintomi sospetti. Queste strategie hanno l’obiettivo principale di ridurre complicanze materne e fetali di vario tipo, non solo il rischio di autismo. In questo contesto, la discussione sui possibili legami tra infezioni, infiammazione e disturbi dello spettro autistico contribuisce a sottolineare l’importanza di una presa in carico globale della salute in gravidanza, che includa anche il supporto psicologico e sociale, senza trasformare ogni episodio infettivo in un motivo di preoccupazione specifica per l’autismo.

Età avanzata dei genitori, inquinamento atmosferico e interferenti endocrini

Tra i fattori di rischio prenatali e perinatali associati all’autismo, l’età avanzata dei genitori rappresenta uno degli elementi più costantemente riportati nelle meta-analisi. Diversi studi hanno osservato che, rispetto a coppie più giovani, genitori con età più elevata al concepimento presentano un rischio leggermente aumentato di avere figli con diagnosi di disturbo dello spettro autistico. Questo vale sia per l’età materna sia per quella paterna, con un contributo che potrebbe essere legato a una maggiore frequenza di mutazioni genetiche spontanee negli spermatozoi e negli ovociti, ma anche a fattori sociali e sanitari correlati, come la presenza di patologie croniche, l’uso di tecniche di procreazione medicalmente assistita o differenze nell’accesso ai servizi diagnostici. L’aumento di rischio osservato rimane comunque modesto in termini assoluti e non implica che l’età avanzata “causi” l’autismo, ma piuttosto che si inserisce in un mosaico di elementi che, nel loro insieme, possono modificare la probabilità statistica.

Un altro ambito di crescente interesse riguarda l’inquinamento atmosferico, in particolare l’esposizione a polveri sottili e ad alcuni inquinanti legati al traffico veicolare e alle attività industriali. Alcune rassegne hanno riportato un’associazione tra livelli più elevati di inquinanti durante la gravidanza e un aumento del rischio di disturbi dello spettro autistico nei figli, soprattutto quando l’esposizione avviene in finestre temporali critiche dello sviluppo fetale. I meccanismi ipotizzati includono lo stress ossidativo, l’infiammazione sistemica e possibili effetti diretti sul sistema nervoso in formazione. Tuttavia, la misurazione dell’esposizione individuale all’inquinamento è complessa e spesso si basa su stime ambientali generali, che non tengono conto delle differenze tra ambienti interni ed esterni, degli spostamenti quotidiani o delle abitudini di vita. Di conseguenza, anche in questo caso, le associazioni osservate vanno interpretate con cautela e inserite in un quadro più ampio di rischi ambientali per la salute.

Accanto all’inquinamento atmosferico, la letteratura scientifica ha esplorato il possibile ruolo di interferenti endocrini e pesticidi, sostanze in grado di alterare il sistema ormonale o di interferire con processi biologici sensibili durante lo sviluppo. Alcuni studi hanno suggerito un legame tra esposizione elevata a determinati pesticidi in gravidanza e un aumento del rischio di autismo, mentre per altri composti i dati risultano ancora frammentari o contraddittori. La difficoltà principale consiste nel quantificare in modo accurato l’esposizione reale delle donne in gravidanza a queste sostanze, che possono essere presenti in aria, acqua, alimenti e prodotti di uso quotidiano, spesso a dosi molto basse ma prolungate nel tempo. Inoltre, gli effetti potenziali potrebbero dipendere non solo dalla singola sostanza, ma da combinazioni di più composti, rendendo complessa l’interpretazione dei risultati.

Dal punto di vista della prevenzione, la discussione su età dei genitori, inquinamento e interferenti endocrini si intreccia con temi più ampi di politica ambientale e di organizzazione sociale. La scelta di posticipare la genitorialità, ad esempio, è influenzata da fattori lavorativi, economici e culturali, e non può essere ridotta a una valutazione di rischio sanitario. Allo stesso modo, la riduzione dell’esposizione a inquinanti atmosferici e a sostanze chimiche potenzialmente nocive richiede interventi strutturali su scala collettiva, come normative più restrittive, controlli ambientali e promozione di stili di vita sostenibili. In questo contesto, i dati sul rischio di autismo rappresentano un tassello in più a favore di politiche che tutelino la salute riproduttiva e lo sviluppo dei bambini, ma non dovrebbero trasformarsi in un ulteriore carico di responsabilità individuale sulle singole famiglie.

Covid in gravidanza e rischio di autismo: cosa mostrano i primi report

La pandemia di Covid-19 ha sollevato numerosi interrogativi sugli effetti dell’infezione da SARS-CoV-2 in gravidanza, inclusa la possibilità che possa influenzare il rischio di disturbi del neurosviluppo, tra cui l’autismo. I primi studi osservazionali hanno iniziato a seguire nel tempo i bambini nati da madri che hanno contratto l’infezione durante la gestazione, valutando parametri come la crescita, lo sviluppo motorio e linguistico e la comparsa di eventuali segnali di difficoltà socio-comunicative. Alcuni report preliminari hanno ipotizzato un possibile aumento di problemi neuroevolutivi in specifici sottogruppi, ad esempio nei casi di infezione grave o di ricovero in terapia intensiva, ma i dati disponibili restano ancora limitati e spesso non consentono di distinguere l’effetto diretto del virus da quello di altri fattori, come lo stress materno, le modifiche nell’assistenza prenatale durante la pandemia o le condizioni socioeconomiche aggravate dall’emergenza sanitaria.

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Un elemento da considerare è che l’infezione da SARS-CoV-2 può attivare una risposta infiammatoria sistemica significativa, soprattutto nelle forme più severe, richiamando in parte il quadro già osservato per altre infezioni in gravidanza. Tuttavia, la maggior parte delle donne in età fertile che contraggono il virus sviluppa forme lievi o moderate, e non è ancora chiaro se queste situazioni comportino effetti misurabili sullo sviluppo neurologico dei figli. Inoltre, molti bambini nati durante la pandemia hanno vissuto i primi anni di vita in contesti sociali profondamente modificati, con minori interazioni fuori dal nucleo familiare, chiusura di servizi educativi e cambiamenti nelle routine quotidiane, fattori che possono influenzare lo sviluppo del linguaggio e delle competenze sociali indipendentemente da eventuali effetti biologici dell’infezione.

La comunità scientifica sottolinea quindi la necessità di studi longitudinali di lungo periodo, che seguano i bambini nati durante la pandemia per diversi anni, utilizzando strumenti standardizzati di valutazione del neurosviluppo e controllando per un ampio numero di variabili confondenti. Solo attraverso questo tipo di ricerche sarà possibile capire se esista un legame specifico tra Covid in gravidanza e aumento del rischio di disturbi dello spettro autistico, o se gli eventuali segnali osservati finora riflettano soprattutto l’impatto globale della pandemia sulle condizioni di vita delle famiglie. Nel frattempo, le principali società scientifiche continuano a raccomandare un’attenzione particolare alla salute mentale e fisica delle donne in gravidanza, indipendentemente dall’aver contratto o meno l’infezione, proprio per mitigare gli effetti indiretti di periodi prolungati di stress e incertezza.

In assenza di evidenze definitive, il messaggio che emerge è quello della prudenza senza allarmismo. L’esperienza maturata con altre infezioni in gravidanza suggerisce che la prevenzione, attraverso misure igieniche, vaccinazioni raccomandate e monitoraggio clinico, rappresenta uno strumento importante per ridurre complicanze di vario tipo, non solo quelle eventualmente legate al neurosviluppo. Allo stesso tempo, è fondamentale evitare che le donne che hanno vissuto una gravidanza durante la pandemia, con o senza infezione, si sentano esposte a un rischio inevitabile o stigmatizzante rispetto alla salute futura dei figli. La ricerca in corso potrà fornire nei prossimi anni indicazioni più precise, ma già oggi appare chiaro che il contesto sociale, l’accesso alle cure e il supporto alle famiglie giocano un ruolo cruciale nel favorire uno sviluppo armonico, a prescindere dall’eventuale esposizione al virus in utero.

Perché parlare di rischio non significa colpa dei genitori

Ogni volta che si discute di fattori di rischio in gravidanza per l’autismo, emerge con forza il tema del senso di colpa dei genitori, in particolare delle madri. La narrazione pubblica tende spesso a personalizzare i rischi, trasformando dati statistici in giudizi impliciti sulle scelte o sulle condizioni di salute individuali. In realtà, la maggior parte dei fattori associati all’autismo non dipende dal controllo diretto dei genitori: età al concepimento, presenza di patologie croniche, esposizione a inquinanti ambientali o necessità di assumere determinati farmaci sono spesso il risultato di percorsi di vita complessi, di contesti lavorativi e sociali, di decisioni mediche condivise. Anche quando esistono margini di scelta, come nel caso di alcuni stili di vita, questi sono influenzati da condizioni economiche, culturali e di accesso alle risorse che non possono essere ricondotte alla responsabilità individuale in modo semplicistico.

Dal punto di vista scientifico, parlare di rischio significa descrivere come, in grandi gruppi di persone, la presenza di una certa caratteristica si associ a una probabilità diversa di un determinato esito, rispetto a chi non presenta quella caratteristica. Questo non consente di stabilire con certezza perché un singolo bambino sviluppi un disturbo dello spettro autistico e un altro no, né permette di attribuire “colpe” a posteriori. In molti casi, bambini con esposizioni simili in gravidanza seguono traiettorie di sviluppo molto diverse, a conferma del fatto che entrano in gioco fattori genetici, ambientali e casuali difficili da prevedere. Inoltre, l’autismo stesso viene sempre più descritto come una diversa modalità di funzionamento neurobiologico, con un ampio spettro di manifestazioni e di livelli di supporto necessari, piuttosto che come una condizione monolitica da prevenire a ogni costo.

Un altro aspetto cruciale riguarda il modo in cui i media e i discorsi pubblici presentano le informazioni sui rischi. Titoli allarmistici o semplificazioni eccessive possono alimentare ansia nelle persone in gravidanza, spingendole a interpretare ogni sintomo o ogni scelta come potenzialmente dannosa per il futuro del bambino. Questo clima di preoccupazione costante rischia di avere effetti negativi sulla salute mentale delle donne, già esposte a cambiamenti fisici e psicologici importanti, e può ostacolare un rapporto sereno con i professionisti sanitari. Una comunicazione più equilibrata, che sottolinei la natura probabilistica dei dati, la presenza di ampie incertezze e il fatto che la maggior parte delle gravidanze, anche in presenza di alcuni fattori di rischio, si conclude con la nascita di bambini senza disturbi del neurosviluppo, contribuisce a ridurre questo carico emotivo.

Infine, la riflessione sulla colpa si intreccia con il tema dei diritti delle persone autistiche e delle loro famiglie. Concentrarsi esclusivamente sulla ricerca delle cause rischia di mettere in secondo piano la necessità di garantire diagnosi tempestive, sostegni educativi adeguati, inclusione scolastica e lavorativa, e servizi di supporto lungo tutto l’arco della vita. Molte associazioni e movimenti di persone nello spettro autistico sottolineano l’importanza di spostare l’attenzione dalla “prevenzione” intesa come eliminazione della diversità, verso la costruzione di ambienti più accoglienti e di percorsi personalizzati che valorizzino le capacità di ciascuno. In questa prospettiva, conoscere i fattori di rischio in gravidanza e nel periodo perinatale può essere utile per migliorare la salute materno-infantile nel suo complesso, ma non dovrebbe alimentare narrazioni che colpevolizzano i genitori o stigmatizzano l’autismo come esito da evitare a ogni costo.

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Prevenzione realistica: controlli, stili di vita e integrazioni raccomandate in gravidanza

Quando si parla di prevenzione in gravidanza rispetto ai disturbi del neurosviluppo, compreso l’autismo, il concetto di “realismo” assume un ruolo centrale. Non esistono strategie in grado di azzerare il rischio, perché una parte importante deriva da fattori genetici e da variabili non controllabili. Tuttavia, numerose evidenze indicano che una buona cura della salute materna prima e durante la gravidanza contribuisce a ridurre complicanze che, a loro volta, possono associarsi a un aumento del rischio di esiti avversi per il bambino. Tra questi rientrano il controllo del diabete pregestazionale e gestazionale, la gestione dell’ipertensione, l’attenzione a condizioni come preeclampsia, polidramnios e oligoidramnios, e la prevenzione di infezioni potenzialmente gravi. In alcuni studi clinici, la presenza di queste complicazioni è stata collegata non solo a un rischio maggiore di diagnosi di autismo, ma anche a una maggiore severità di alcuni sintomi, come le difficoltà socio-comunicative e i comportamenti ripetitivi.

Un capitolo importante riguarda l’alimentazione e le integrazioni raccomandate in gravidanza. La carenza di acido folico, ad esempio, è da tempo associata a un aumento del rischio di difetti del tubo neurale, e per questo motivo l’integrazione prima del concepimento e nelle prime settimane di gravidanza è ampiamente promossa dalle linee guida internazionali. Alcune rassegne hanno ipotizzato che una carenza marcata di folati possa essere collegata anche a un aumento del rischio di disturbi dello spettro autistico, mentre un apporto adeguato potrebbe avere un effetto protettivo, ma i dati in questo campo sono ancora oggetto di discussione. In ogni caso, l’attenzione alla qualità complessiva della dieta, con un apporto sufficiente di vitamine, minerali e acidi grassi essenziali, viene considerata un pilastro della salute materno-fetale, indipendentemente da eventuali effetti specifici sull’autismo.

Gli stili di vita in gravidanza comprendono anche aspetti come l’attività fisica moderata, il sonno, la gestione dello stress e l’astensione da sostanze potenzialmente dannose, come l’alcol in quantità elevate. Alcuni studi hanno segnalato un legame tra consumo pesante di alcol in gravidanza e aumento del rischio di disturbi del neurosviluppo, inclusi quadri che possono sovrapporsi in parte allo spettro autistico. Anche in questo caso, però, è importante distinguere tra esposizioni estreme, che comportano rischi ben documentati, e situazioni occasionali o a basse dosi, per le quali les evidenze sono meno chiare. La promozione di stili di vita sani in gravidanza ha comunque un valore che va oltre il singolo esito, perché contribuisce al benessere generale della madre e del bambino, riducendo il rischio di molte altre complicanze.

Un ulteriore elemento di prevenzione realistica riguarda la regolarità dei controlli prenatali. Come evidenziato da alcuni studi, le madri di bambini con diagnosi di autismo risultavano, in media, meno presenti ai controlli rispetto ad altre. Questo dato potrebbe riflettere barriere di accesso alle cure, difficoltà logistiche, condizioni di vulnerabilità sociale o problemi di salute mentale non riconosciuti. Potenziare i servizi di assistenza in gravidanza, rendendoli più accessibili e inclusivi, può quindi contribuire non solo a individuare e gestire precocemente patologie come diabete, ipertensione o asma, ma anche a offrire un supporto più ampio alle donne che vivono situazioni di fragilità. In questa prospettiva, la prevenzione non si limita a indicazioni individuali, ma si estende a politiche sanitarie e sociali che riducano le disuguaglianze e favoriscano un ambiente più favorevole allo sviluppo dei bambini fin dalle prime fasi della vita.

Nel complesso, il quadro che emerge dagli studi sui fattori di rischio in gravidanza e nel periodo perinatale per l’autismo è quello di una rete complessa di elementi genetici, biologici, ambientali e sociali che interagiscono tra loro. La conoscenza di queste associazioni può aiutare a migliorare la salute materno-infantile e a orientare politiche di prevenzione più eque, ma richiede una comunicazione attenta, che eviti semplificazioni e sensi di colpa. L’autismo rimane una condizione eterogenea, in cui la diagnosi precoce, il sostegno alle famiglie e l’inclusione sociale rappresentano, oggi, gli strumenti più concreti per migliorare la qualità di vita delle persone nello spettro, indipendentemente dai fattori che hanno contribuito al suo sviluppo.

Approfondimenti

PubMed – studio diagnosi materne offre una panoramica ampia sulle condizioni di salute in gravidanza associate in modo statistico al rischio di disturbo dello spettro autistico nei figli.

PubMed – fattori prenatali e ASD riassume le principali evidenze su esposizioni in gravidanza, come infezioni, diabete e pesticidi, in relazione al rischio di autismo.

PubMed – meta-analisi fattori perinatali analizza in modo sistematico i fattori prenatali, perinatali e postnatali associati all’autismo, evidenziando quelli con prove più consistenti.

PubMed – complicanze di gravidanza e severità approfondisce il legame tra alcune complicanze ostetriche e la gravità dei sintomi nei bambini con disturbo dello spettro autistico.

PubMed – condizioni materne e ASD con disturbi gastrointestinali esamina una grande coorte di madri e figli per valutare l’impatto di obesità, diabete, preeclampsia e asma in gravidanza sul rischio di autismo associato a problemi gastrointestinali.

Le informazioni non sostituiscono il percorso di gravidanza seguito con ginecologo, ostetrica o medico di fiducia. Ogni decisione su farmaci, integratori e controlli va presa con il proprio curante.