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Dal mondo

Aksel (nazional-bolscevichi): «Attentato ucraino e dell’Is»

Il coordinatore del partito: «Ma nostro popolo è capace di unità»

26 Marzo 2024

«Nei momenti storici più difficili la società russa si dimostra sempre capace di unità» scandisce Mikhail Aksel, 27 anni, coordinatore del partito dei nazional-bolscevichi che fu dello scrittore e dissidente Eduard Limonov. In un’intervista con l’agenzia Dire, dopo gli almeno 137 morti dell’attentato alla sala concerti Crocus City Hall, è su questo che insiste il militante.

«A prevalere in questi giorni tragici non è stata la paura, ma l’unità e il desiderio di aiutare» evidenzia Aksel: «Già sabato mattina c’erano lunghe code nei centri per le donazioni di sangue, mentre le associazioni di volontariato garantivano assistenza psicologica gratuita; ancora oggi poi tante persone continuano a portare fiori di fronte all’ingresso della Crocus City Hall per commemorare i defunti».

Nell’intervista si parla anche di responsabilità, tutte da accertare. C’è una rivendicazione del gruppo Stato islamico e c’è poi la pista ucraina accreditata dai servizi di sicurezza russi e dallo stesso presidente Vladimir Putin. «Qui a Mosca tanti sono convinti che Kiev abbia partecipato alla preparazione dell’attentato e che i terroristi arrestati siano stati solo gli autori materiali» dice Aksel. «Anche io la penso così».

E la rivendicazione dello Stato islamico? «Credo che abbia colpito insieme con l’Ucraina» risponde il coordinatore dei nazional-bolscevichi. «Kiev ha agito come mandante e organizzatore dell’attentato, mentre lo Stato islamico è stato l’esecutore, che voleva ricordare al mondo di esistere ancora». Secondo Aksel, «per l’Ucraina una modalità del genere ha il vantaggio di permettere di colpire senza perdere la faccia di fronte ai Paesi occidentali».

Limonov, all’anagrafe Savenko, eroe della biografia romanzata firmata dallo scrittore francese Emmanuel Carrere, fu icona della contro-cultura, sovietico e libertario, anti-capitalista e provocatore. I suoi nazional-bolscevichi, nati dalla protesta contro le privatizzazioni predatorie post-Urss, sono divenuti fuorilegge nel 2007. Allora, per continuare a esistere, hanno dovuto cambiare nome: adesso si chiamano Altra Russia ma conservano il richiamo a Limonov e pure alla “limonka”, la bomba a mano che resta il loro simbolo.

Sulla campagna militare in Ucraina, dal 2022 e anzi già prima, dal 2014, hanno appoggiato Putin. Alcuni esponenti del partito sono andati a combattere in Donbass per difendere russi maltrattati, o che credono tali, e per rivendicare territori sottratti alla Grande Russia.

Krasheninnikov: «Per Putin e per Ucraina non cambia nulla»

Non mi aspetto nulla di insolito, la guerra in Ucraina andrà avanti e così pure la repressione del dissenso in Russia”: Fedor Krasheninnikov, editorialista e politologo, contattato dall’agenzia Dire a Bruxelles, parla delle conseguenze dell’attentato alle porte di Mosca.

In relazione ai fatti di venerdì sera sono state arrestate quattro persone, comparse oggi per la prima volta in un’aula di tribunale. Dinamiche e responsabilità restano tutte da accertare, nonostante una rivendicazione da parte del gruppo Stato islamico e il fatto che sia i servizi di sicurezza che lo stesso presidente russo Vladimir Putin abbiano accreditato una pista ucraina.

Quella di Krasheninnikov è una voce critica nei confronti del governo già da prima dell’inizio dell'”operazione militare speciale” avviata contro Kiev nel 2022: all’epoca, l’editorialista era autore anche per testate come Vedomosti o Ekho Moskvy, un’emittente poi costretta a sospendere le sue trasmissioni radio.

Rispetto all’attentato, l’esperto comincia dal “fallimento” dei servizi di sicurezza, tanto più che un paio di settimane prima gli Stati Uniti avevano diffuso un allarme. “Davano la caccia ai dissidenti ma erano incapaci di arrestare i terroristi veri” accusa Krasheninnikov. Convinto che nonostante la gravità del bilancio delle vittime, almeno 137 stando alle ultime informazioni, le conseguenze politiche dell’attentato potrebbero essere limitate.

«Non credo che ce ne saranno affatto, né rispetto al conflitto in Ucraina né rispetto alla situazione interna» dice il politologo. «Putin ora è un dittatore e può fare quello che ritiene opportuno in qualsiasi momento, senza bisogno di avere una giustificazione».

E se le indagini confermassero una pista ucraina? «Non credo che il governo di Kiev c’entri nulla» risponde Krasheninnikov. «Al contrario sono convinto che a colpire siano stati i fondamentalisti islamici: la loro guerra non si è mai fermata e anzi possono aver approfittato del fatto che in Russia tutta l’attenzione fosse assorbita dal conflitto con l’Ucraina e dalla repressione politica».

In merito alle responsabilità dell’attentato si sono espressi anche rappresentanti di Paesi stranieri, da responsabili dell’amministrazione americana al capo di Stato francese Emmanuel Macron. Stando alla sua tesi, Parigi ritiene credibile un ruolo di militanti della “provincia” afghana dello Stato islamico, nota come “Khorasan”. Opposta la lettura data sul giornale moscovita Komsomolskaja Pravda dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Secondo la responsabile, gli Stati Uniti hanno evocato lo “spauracchio” dello Stato islamico per coprire i propri “reparti” a Kiev. Zakharova ha anche ricordato che Washington sostenne i “mujaheddin” afghani in lotta contro l’Unione Sovietica negli anni Ottanta del secolo scorso.

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